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martedì
18
febbraio

Vedere l'invisibile. Musicalità architettoniche

18 febbraio 2014 ore 19.00

Martedì 18 febbraio h.19 Inaugurazione della mostra

ciò che non è immediatamente evidente, attraverso un confronto interdisciplinare che va dalla musica, alla filosofia, alla letteratura, alla pittura.  Una lettura che se estesa a tutta l’architettura e al costruito ci potrebbe restituire città più belle e vivibili, nel sentiero della tradizione, intesa come avvenire, come innovazione.

Petra Bernitsa

Riconoscienti formativi

 

Gli insegnanti, gli studiosi e gli studenti che si accrediteranno avranno un  attestato di partecipazione, mentre   per gli studenti  universitari è prevista la possibilità di riconoscimento di  un  credito formativo.

“Tradizione è custodire il fuoco non adorare le ceneri” G. Mahler

Intervengono:
Francesco Amendolagine, Professore Associato di Storia dell'Architettura e Restauro presso il Dipartimento di Ingegneria dell'Università di Udine
Antonio De Rose, Musicista e Compositore, Docente di chitarra, Conservatorio
“Santa Cecilia” di Roma

Giacomo Marramao, Professore Ordinario di Filosofia Teoretica e Filosofia Politica, Roma Tre, Direttore della Fondazione Basso

Mario Pisani, Docente di Storia del Giardino e del Paesaggio, II Università degli Studi di Napoli

Paolo Portoghesi, Professore Emerito di Geoarchitettura, “Sapienza” Università di Roma, Presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma

Audiovisivo: “Vedere l’Invisibile Musicalità   Architettoniche” di Petra Bernitsa
Intermezzo musicale dei chitarristi Antonio De Rose e Luca Raponi, le variazioni Goldberg di J. S. Bach, ore 20,00

Sarà presente l’autrice
La mostra terminerà Venerdi 28 febbraio  2014  Orario di apertura al pubblico:
Lunedì e giovedi  09:00 – 21:00  martedi mercoledi e venerdi  09:00 – 19:00   Sabato 09:13.00   Domenica Chiuso

Paolo Portoghesi ha compiuto da poco più di cinquanta anni di intensa e produttiva attività dedicati all’architettura, in cui si sono intrecciati l’attività di teorico, di progettista e di professore universitario: molti gli allievi che si sono formati con lui, e che hanno raccolto il suo insegnamento non conformista e libertario, e che in lui hanno trovato un sicuro punto di riferimento in tante battaglie a favore dell’architettura e dell’impegno civile. Chi scrive è fra questi, e oggi sono particolarmente grato a Petra Bernitsa di avermi chiesto questa presentazione, perché mi consente di vedere con occhi ancora diversi l’opera di Portoghesi. Petra appartiene alla terza generazione degli allievi, quelli che si sono formati direttamente con lui nella Scuola, ma che hanno lavorato nel suo studio partecipando non solo alla elaborazione dei progetti, ma anche della attività molteplice delle mostre, dei cataloghi, della produzione di oggetti e di arredi, di prodotti di design. Una generazione che proprio per la maggiore distanza di età può oggi vedere con occhi diversi e con sentimento distaccato il percorso di Portoghesi. Una generazione che può combinare la riflessione diretta con lo studio della vasta bibliografia prodotta nel corso del tempo, continuando così quell’opera di sistematizzazione e di inquadramento del contributo di Portoghesi all’architettura ancora così controverso, sapendolo inquadrare nelle vicende culturali che sono state da lui attraversate a partire dalla fine della metà dello scorso secolo.

E’ questo un libro prezioso –il primo, credo, scritto con ampiezza di materia considerata– da una donna, che con un occhio partecipe ma anche distaccato ha saputo collocare al posto giusto tante tessere di un mosaico affascinante quale ci restituisce l’opera di Portoghesi, e che ancora la critica non riesce a mettere a fuoco, per spirito partigiano o per ideologia. Un’opera che ha sempre promosso conflitti salutari, e che in ogni caso ha costretto la cultura architettonica a schierarsi. Penso alla mostra de L’Aquila del 1962, quando la generazione dei trentenni trovò la sua identità che si espresse nella battaglia culturale per il neoliberty; penso all’intesa iniziale con Bruno Zevi quando si traferì da Venezia a Roma, e alla loro clamorosa rottura dopo le celebrazioni borrominiane del 1967 in nome di una diversa interpretazione dell’eredità del maestro ticinese che stava a significare rottura o continuità con la tradizione; penso agli studi sul barocco che hanno “attualizzato” quel periodo rendendolo una fonte di ispirazione per la progettazione contemporanea; penso alla profonda azione che ebbe inizio con la prima mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia che costrinse gli architetti a schierarsi a partire da un’idea geniale come quella della Strada novissima; penso all’azione culturale portata avanti come direttore delle numerose testate (Controspazio, Eupalino, Abitare la terra), rivolte ad un pubblico che non hai mai smesso di pensare con la propria testa. Penso ancora alla azione in favore di una architettura della responsabilità che ha caratterizzato tutta la sua azione a partire dalla metà degli anni novanta.
L’analisi che opera Petra, proprio per non avere vissuto direttamente alcuni di questi avvenimenti, ma anche per la conoscenza diretta del Maestro e la continua frequentazione con lui, ci restituisce un prodotto editoriale intelligente da cui non esce un ritratto di maniera o semplicemente elogiativo, quanto un ritratto “freddo”, in bianco e nero, capace di esplorare con precisione critica l’intreccio fra teoria e progetti. Una analisi ben calibrata sia sui temi progettuali, sia sulle opere (esemplare la lettura del giardino di Calcata), sia sui periodi storici come p. es. il neo barocco o il post modernismo, la cui battaglia fu intrapresa non per banali motivi stilistici, ma per allargare il rapporto con la storia da una dimensione individuale ad una collettiva.
Voglio chiudere queste brevi note ricordando a me stesso che fui io ad introdurre Petra nello studio di Portoghesi: una presentazione che ha dato i suoi buoni frutti, come questo libro sta a testimoniare. Claudio D'Amato 

 




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