“Festa  di rovine” è un libro di racconti ambientati nella Palestina della seconda Intifada e nell’Iraq bombardato nel 2003. “Voglio  cominciare questa narrazione nominando i bambini palestinesi uccisi  in questi due anni di conflitto – scrive l’autrice – Perché li nomino? Perché è un modo per ancorarli alla memoria, trarli dall’indifferenza dei tanti  annunci “due palestinesi uccisi…8 palestinesi uccisi…” che quotidianamente, frettolosamente ci raccontano i telegiornali mentre noi non ascoltiamo nemmeno, la mentre altrove, dietro i nostri problemi…perché i palestinesi uccisi sono un fatto che appartiene  alla quotidianità e non fanno più notizia”.

"Chi erano quei palestinesi uccisi? Avevano un nome, avevano una vita, una storia? Hanno lasciato una voragine di vuoto e di dolore nel cuore di chi li amava? Nomino i bambini palestinesi perché la loro morte non rotoli via senza lasciare traccia come se non fossero mai esistiti. Perché siano tenuti i conti della tragedia e non scivoli tutto nell’indistinto. Perché sia gridato e aborrito lo scandalo della loro uccisione, perché gli indifferenti e gli ipocriti si fermino a riflettere se era veramente giusto e necessario spargere quel sangue innocente.”

Comincia così “Festa di rovine” un libro di racconti che mette in rilievo soprattutto la  sofferenza dei bambini, quelli palestinesi nel corso della seconda Intifada che fa da sfondo alla maggior parte dei racconti e quelli iracheni all’inizio della guerra in Iraq. “In quel livido aprile del 2002 i soldati di occupazione avevano cominciato a sparare indiscriminatamente nei quartieri della città uccidendo molti civili che si trovavano fuori o nelle loro case, in  una Betlemme ridotta al fantasma di se stessa, vuota nelle strade,  spaventata, assediata. La corrente mancava già da diversi giorni e  sarebbe mancata ancora a lungo. Farida Hamal che abitava in un quartiere del centro, in una casa di due piccole stanze con i suoi 4 bambini, si avvicinò alla finestra quando sentì gli spari. I soldati spararono non appena scostò la tenda. Farida cadde all’indietro colpita al petto.

Accorsi spaventati, Mina di 11 anni, Ibrahim di 9, Yusif di 6 e Bhaia di 4, cominciarono a piangere  disperati. Dal pavimento da cui non riusciva ad alzarsi Farida cercava di rabbonire i bambini, ma il sangue usciva copioso e silenzioso dal suo corpo e ne furono intrisi il tappeto, il pavimento, i vestiti di Mina inginocchiata piangente accanto alla mamma mentre Ibrahim attonito teneva per mano la sorellina e Yusif singhiozzava col naso che gli colava.”

Nel primo racconto è narrata la tragedia di 4 bambini cui è stata uccisa la madre mentre il padre si trova in carcere. I bambini resteranno soli con il cadavere perchè durante la seconda Intifada nelle città assediate era impossibile anche seppellire i morti e spesso le loro spoglie restavano insepolte nelle case.  “Il tribunale ha decretato: siano mandati a morte gli ulivi, giustiziate le spighe e impiccato il vento. Sia imprigionato questo “popolo ribelle alla morte” che non vuole mutare in sassi della strada…  Ho pietà per i mandorli schiantati che gridano al cielo i loro rami protesi come un’ultima preghiera, per i campi arati dalle ruspe, per i muri abbattuti delle case intrisi di vita di sangue e di lacrime…Un’altra vita sogno che non tenda alla distruzione, il  futuro desidero come un intreccio di mani, un abbraccio sopra il sangue, un cielo condiviso… “ Ogni racconto è corredato da un’appendice poetica che ne riprende i motivi e che può essere letta come un secondo testo. “Ma il peggio venne quando partirono gli ispettori.

-Adesso siamo solo nelle mani di Allah- mormorò pallida sua madre.

-Non aver paura, Allah Uh Akbar-  la confortò suo padre abbracciandola con gli occhi lucidi. Samar sentì la terra mancare sotto i piedi. Se i suoi genitori avevano paura chi l’avrebbe protetta? Era un tempo strano. Di attesa. Tutta la città, per quanto ne sapeva Samar, si sentiva come un imputato in attesa della sentenza che poteva andare dall’assoluzione alla condanna a morte. Serpeggiava un’angoscia strisciante che piano piano stringeva il cuore della gente e la faceva sentire già  sull’orlo della fossa. E fosse che erano trincee si andavano  scavando un po’ dappertutto.

-Ma se poi la guerra non viene bisognerà riempirle di nuovo tutte quelle buche?

- Alì le dava della stupida, se veniva la guerra altro che quelle buche si sarebbe dovuto riempire, se veniva la guerra…-bé lasciamo perdere- concludeva seccamente.  Ma cos’era dunque la guerra, che bestia spaventosa stava per aggredirli tutti quanti? Quando tratteneva troppo il pensiero su come poteva essere spaventosa la guerra Samar cominciava a tremare, ma poi succedeva qualcosa, un attore venuto da lontano la faceva ridere, o passava un gruppo di colorati buddisti, una manifestazione con tanti cartelli, oppure qualcuno che riusciva a vedere Al Jazira raccontava che c’era stato un colpo di scena.

A volte le sembrava che la sua anima si staccasse dal corpo e gironzolasse volteggiando sopra la città e scrutasse le facce della gente che continuava le sue faccende di sempre ma con un’ombra scura che sovrastava ognuno. Anche lei, Samar, doveva avere quell’ombra scura, ma per fortuna non poteva vederla.  Ora erano finite tutte le possibilità, tutte le speranze. Quel signore arcigno dall’altra  parte del mondo dove era giorno quando a Bagdad era notte, aveva  detto di aver perso la pazienza e che il tempo era scaduto, avrebbe  mandato i suoi soldati ad ucciderli tutti con la guerra. Ormai nessuno parlava più apertamente di guerra, perché era troppo vicina, c’era gente che partiva ma senza quasi darlo a vedere, ci si incontrava e si chiedeva:

– Come state?

-Che farete?-

Senza mai nominare la bestia scura della guerra che forse avrebbe potuto sentirli e balzare loro addosso a tradimento.  I bambini iracheni, il loro  terrore, la strage di innocenti è narrata nei racconti “Bambini di Bagdad” da cui è estratto questo stralcio e il seguente: “Al risveglio le era tornata subito la lucidità, tutto era stato chiaro davanti ai suoi occhi. Si guardò addosso per vedere se aveva le braccia, le mosse, non le facevano male, con lentezza esplorò la parte inferiore del corpo. Una gamba c’era e poteva fare dei movimenti che però le risultavano dolorosi, l’altra invece non la sentiva, e non la vedeva nemmeno, vedeva solo una gran massa di garza insanguinata. Chino su di lei il viso stravolto di suo padre. Voleva chiedergli se aveva perso la gamba, ma si ricordò di Samar e rimase muta. Piano piano cominciò a guardarsi intorno. La corsia dell’ospedale traboccava di bambini feriti. Alcuni faceva impressione guardarli, quasi tutti erano silenziosi, solo qualcuno ogni tanto urlava dal dolore. Più passava il tempo più Ranja soffriva, ma rimaneva zitta per non essere lei, più grande, a piangere mentre bambini piccoli restavano quieti, anche quel piccino di tre anni col ventre squarciato e il corpo pieno di schegge.

Nel silenzio insanguinato e pesante dell’ospedale a un tratto passò lacerante il grido della sirena e l’ospedale fu scosso e scrollato dal bombardamento.”  Anche questi racconti si concludono con una nota poetica:  “…Mi sporgo sull’abisso, vagare vedo ombre stralunate. Credevo di guardare una visione…Misteriosa Bagdad fragile ricamo di eternità, sentivo perfino le melodie del flauto che accompagnano la danza dei dervisci. La città mi veniva incontro, luogo simbolico assassinato? La madre sciita avvolta nei suoi veli emerge dal fumo  con la piccola figlia uccisa sulle braccia. Nel suo volto di pietra, con sgomento, ho riconosciuto me stesso.”  E’  il grido allucinato del poeta che vede “la voce della poesia fragile e forte che muore sotto i cingoli dei carri armati.” Nena News