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martedì
7
febbraio

“I fiori di Kirkuk” di Kamkari Fariborz

7 febbraio 2012

Martedì 7 febbraio ore 19.30. Un sull'eccidio del popolo curdo

Najla è una dottoressa irachena che da Roma torna in Patria per cercare il suo amante curdo, sparito dalla capitale italiana. A Kirkuk, negli anni ’80 del regime di Saddam Hussein, scoprirà l’orrore della persecuzione contro il popolo curdo…
C’è un’infinita differenza tra melodramma e fotoromanzo, seppure la partenza è quella del racconto amoroso, possibilmente complicato e drammatico, e la fa tutta lo stile, l’intensità, il tono con cui si mettono in scena i sentimenti. Questa differenza sostanziale (che rende grande un Douglas Sirk o un Raffaello Matarazzo e piccolo un Ninì Grassia o un Moccia) sfugge evidentemente a Fariborz Kamkari, regista curdo al terzo film che trova, grazie alla coproduzione di Medusa, la possibilità di farsi vedere dal pubblico del Festival di Roma 2010. E di non farsi apprezzare.Un dramma sentimentale di basso profilo e limitato spessore, nonostante l’ostentato impegno politico, scritto dal regista con Naseh Kamkari, che sembra più vicino a un film Tv di propaganda anti-irachena che al romanticismo patinato di Khaled Hosseini. Aperto dai festeggiamenti per la caduta del governo di Saddam, il film racconta – sullo sfondo di una tormentata storia d’amore – le difficoltà degli abitanti curdi costretti a vivere ed esistere in condizioni di semi-clandestinità, rapiti, torturati, “trattati” con le armi chimiche vendute dall’Occidente, usando come puntello narrativo e attrattiva per lo spettatore medio l’ennesima riproposizione di Romeo & Giulietta che fa sprofondare il film e le sue cadenze nel polpettone per signore, che usa quasi tutti i mezzi, compresi i più grevi, per suscitare partecipazione.Ma induce al fastidio, perché è scritto col senno di poi, con cose conosciute e rivelate dopo anni di silenzio e che ora, morto Saddam, paiono avere come unico motivo quello di “giustificare” l’invasione statunitense. E perché è diretto con atteggiamento melenso, da soap-opera d’autore, nella quale mischiare poesie e lettere sussurrate fuori campo, scene d’amore al chiaro di luna e violenze gridate, fino a perdere i pezzi in una seconda parte ripetitiva e in attori che sottolineano troppo ogni faccia, movimento, espressione. Anche la bellissima Morjana Aloui, che pare una valletta alle prese con la recitazione più che una promessa del cinema francese.

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