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lunedì
3
dicembre

Roma - Emille Zola

3 dicembre 2012

Lunedì 3 dicembre ore 18

La Casa delle Traduzioni presenta la nuova edizione del libro di Émile Zola Roma, Roma, bordeaux, 2012. Contributi critici di Dario Pontuale e di Stefano Marcelli e letture dell’attrice Beatrice Marcelli. Verranno proiettate immagini della Roma di fine Ottocento.

Roma è un classico della letteratura europea e appartiene al ciclo delle Trois Villes (assieme a Lourdes e Parigi) per il quale Zola fu messo all’Indice dalla Chiesa. Terminato nel 1896, e dagli anni Venti mai più pubblicato, riappare ora corredato dalla prefazione di Emanuele Trevi.
«Roma rimane uno dei libri più ambiziosi ed enciclopedici dedicati alla nostra città, scrive Trevi. Zola volle scrivere un’opera capace di contenere in sé un’indagine sui misteri del Vaticano, una memorabile storia d’amore e morte, e addirittura un’affidabile guida turistica alla Roma antica e moderna, alla quale non manca una classica escursione fuori porta alla volta di Frascati».

 

La 'Roma' di Emile Zola messo all' indice dal Papa

DI GENTE a vario titolo e per vari motivi "importante" a Roma ne è arrivata ogni giorno fin dalla notte dei tempi. Così, non aveva nulla di eccezionale il piccolo drappello di signori in cilindro e marsina radunato in capo a un binario della Stazione Termini la mattina del 31 ottobre del 1894. Quel comitato d' accoglienza aspettava il treno da Parigi, il cui arrivo era previsto per le sette in punto. Certo, il nome di Emile Zola era uno di quelli capaci di incutere, oltre che ammirazione, una sorta di venerazione che oggi è difficile immaginare. I seguaci del campione del naturalismo letterario, del futuro difensore dell' innocente Dreyfus, dell' autore di Germinal e della Bestia umana erano una moltitudine anche a Roma, come in tutta Italia. Non si trattava solo del prestigio di un romanziere di successo, come possiamo intenderlo oggi. Quel francese barbuto e tutto d' un pezzo, quel lavoratore indefesso, quell' avvocato dei miseri e degli oppressi era il sacerdote della verità, l' apostolo di quel Progresso che si scriveva solo con la maiuscola. E' diventato fin troppo facile sorridere di questi miti nonneschi. Ma provate ad aprire ancora oggi un romanzo di Zola: quella potenza, quell' energia sembrano rimaste intatte. Più che uno stile letterario, il naturalismo era una specie di religione laica, un nobile impegno di giustizia dal quale era impossibile derogare. Tutto si aspettavano, Zola e signora, meno che quella pubblicità poco desiderata. Ma a fare gli onori di casa, scortando la coppia dalla stazione fino al Grand Hotel, a poche decine di metri, c' erano nomi illustri nei giochi politici e giornalistici della città, come Attilio Luzzatto e il conte Bertolelli, direttore e amministratore della «Tribuna», il potente giornale di indirizzo liberale. Non si poteva dire che a Zola mancassero amicizie influenti. Nelle cinque settimane del suo soggiorno romano, tutte le porte gli furono aperte, dai salotti più rinomati alle ambasciate. Vennero offerti banchetti, e lo scrittore fu ricevuto da Crispi, da re Umberto e dalla regina Margherita. Ma proprio questa accoglienza calorosa, fin da quella prima mattina, fu un ostacolo ai suoi progetti. Il guaio è che a Zola interessava proprio un' altra Roma - la quale non solo ostentava indifferenza al suo arrivo in città, ma gli rifiutava addirittura una semplice udienza richiesta con espressioni notevoli di rispetto ed umiltà. Ma Leone XIII, pontefice fiero e dal carattere decisamente difficile, non aveva nessuna intenzione di ricevere lo scrittore che, a parte le sue idee sovversive, da pochi mesi aveva pubblicato un romanzo imbarazzante fin dal titolo, Lourdes, ufficialmente condannato dall' Indice. E così, mentre il Quirinale lo festeggiava, dovevano rimanergli chiuse le porte del Vaticano, e più in generale di quella che si definiva la Roma nera, che considerava ancora la presenza a Roma del re e del giovane Stato italiano come un' usurpazione passeggera. Quando poi, in occasione di un pubblico brindisi a un banchetto, un ammiratore troppo zelante definì Zola come un grande esempio di «libero pensiero», i passi diplomatici tentati per fargli ottenere l' udienza dal papa dovettero essere arrestati definitivamente. E' una storia, questa del mancato incontro fra Zola e Leone XIII, che ha lasciato tracce negli archivi diplomatici di Palazzo Farnese, già allora ambasciata di Francia, e che è stata ricostruita molti anni più tardi da un sacerdote e grande scrittore cattolico, don Giuseppe De Luca, che si muoveva tra gli scaffali e i faldoni della Biblioteca Vaticana come fosse casa sua. Anche a non nutrire grandi simpatie clericali, bisogna ammettere che il papa, in questa occasione, tutti i torti non li aveva. Non solo, come accennavo, perché il precedente romanzo di Zola era stato condannato. Non era un mistero per nsessuno il motivo del viaggio di Zola, che tra i grandi dell' Ottocento fu forse il meno appassionato di viaggi e di turismo, e se non fosse stato per la sua maniera di lavorare, si sarebbe risparmiato volentieri quella vacanza romana. Ma era ormai un segreto di Pulcinella che il seguito del famigerato Lourdes si sarebbe intitolato Roma, e avrebbe raccontato le nuove avventure del protagonista del primo romanzo, un prete ancora giovane, Pierre Froment, convertito al socialismo dalle esperienze di apostolato nei quartieri più miserabili di Parigi. Anima pura e ardente, Pierre parte per Roma quando viene a sapere che il suo libro, nel quale cerca di accordare gli ideali della carità cristiana e della giustizia sociale, sta per essere condannato dall' Indice. Come Zola, anche lui desidera essere ricevuto in privato dal papa, per spiegarsi ed evitare quella dolorosa messa al bando. Con la differenza che il personaggio romanzesco riesce, dopo tre mesi di estenuanti attese, a ottenere infine l' agognato faccia a faccia con Leone XIII. Una volta elaborato lo schema generale del nuovo romanzo, l' infaticabile e scrupoloso Zola si mise all' opera, iniziando con lo studiare una gran mole di articoli e saggi sull' Italia e in particolare su Roma, sul Vaticano e la sua gerarchia, sulla vita sociale e politica della nuova capitale. Ma tutto questo lavoro preparatorio non sarebbe valso a nulla senza l' esperienza diretta della città: ed ecco il motivo di una residenza a Roma che, per quanto piacevole, fu tutto meno che una vacanza. Tutti giorni, armato del suo Baedeker, Zola si avviava verso qualcuna delle mete turistiche obbligate. Ma era la Roma moderna a incuriosirlo molto più delle rovine dell' antica: i nuovi quartieri umbertini, le aspirazioni cosmopolite della giovane capitale, le regole di una vita sociale così diversa da quella di Parigi~Tornato a Parigi con le sue quattrocento pagine di diario, da sommare agli altri dossier preparatori, Zola si mise all' opera, e tra la fine del 1895 e la primavera dell' anno successivo Roma appariva a puntate contemporaneamente in Francia e in Italia. Qui da noi, fu un clamoroso insuccesso di critica e di pubblico. Eppure, le novecento pagine di questo romanzo si leggono ancora oggi con passione e interesse crescenti. E' una perfetta fotografia della Roma nel 1894 quella che pian piano viene fuori nei capitoli del libro. Nonostante la fedeltà ai suoi propositi realistici, l' istinto del grande romanziere gli suggerì di non affidare il racconto solamente alla vicenda del suo giovane prete e al suo colloquio con Leone XIII. E così, intrecciò a quella vicenda il racconto di un amore assoluto e disperato tra due nobili cugini, Dario e Benedetta, nipoti del potente cardinal Boccanera. E' una tragedia che può ricordare le leggende su Beatrice Cenci e le Cronache italiane di Stendhal, e dove non mancano colpi di pugnale, un veleno potentissimo, un intrigo politico che a causa di un colpo gobbo del destino distrugge la vita di due giovani amanti innocenti. Tutto culmina in una scena madre delle più memorabili, con i due amanti allacciati in un ultimo abbraccio e seppelliti insieme, mentre la loro leggenda si aggiunge alle innumerevoli storie di passione e morte che il popolo di Roma si tramanda da secoli. Magistrali sono le pagine dedicate da Zola all' ambiente dove si consuma la tragedia, l' antico palazzo Boccanera, affacciato su via Giulia, enorme ed immerso in un' eterna penombra, autentico simbolo di un orgoglio aristocratico ormai senza futuro. Per descriverlo, Zola si ispirò a due palazzi reali, anche loro affacciati su via Giulia: palazzo Sacchetti soprattutto, terminato dal Sangallo nel 1543, e palazzo Falconieri. Ma se le necessità della trama del romanzo lo portano a immergersi nel cuore medievale di Roma, non manca uno sguardo (del tutto inedito da parte di uno scrittore straniero) ai nuovi quartieri, e soprattutto ai Prati. E' un panorama di interesse storico notevolissimo, perché Zola visitò Roma in un momento di crisi urbanistica conseguente a sciagurate operazioni speculative e finanziarie. Il nuovo quartiere dei «Prati di Castello», come si diceva allora, fu costruito in fretta e rimase a lungo deserto e in rovina, in attesa di una nuova popolazione che tardava ad arrivare (nel 1894, gli abitanti di Roma erano appena quattrocentomila !). E' difficile immaginarlo oggi, ma i nuovi quartieri della città umbertina (che dovevano rivaleggiare con gli sviluppi urbanistici di Parigi e Berlino) rimasero per anni una terra di nessuno, dove gli enormi palazzi deserti, spesso nemmeno completati, servivano da rifugio alla popolazione più misera e indigente. Roma rimane uno dei libri più ambiziosi ed enciclopedici dedicati alla nostra città. Non è un caso che uno scrittore titanico e fluviale come Zola, tra tutte le opere d' arte ammirate, abbia espresso una decisa preferenza per gli affreschi della Cappella Sistina. E volle scrivere un libro capace di contenere in sé un' indagine sui misteri del Vaticano, una memorabile storia d' amore e morte, e addirittura un' affidabile guida turistica alla Roma antica e moderna, alla quale non manca una classica escursione fuori porta, alla volta di Frascati. Certamente, mise troppa carne al fuoco. Ma ancora oggi i lunghi capitoli di Roma si lasciano ammirare come una mostra di vecchi dagherrotipi, capaci di custodire, con nitidezza di contorni e forza evocativa, un' immagine del passato credibile e concreta come solo i grandi artisti sono capaci di regalare.

 

fonte: la repubblica.it

 

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