I commenti più recenti
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I convitati di pietra
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30/04/2026 Daniela BertoglioE' un romanzo scritto bene, un noir grottesco dalla trama sicuramente originale, ma debole secondo me, perché mi sembra davvero inverosimile che una classe intera di studenti continui a vedersi regolarmente, ogni anno, e tutti continuino a versare regolarmente una somma, definita "non alta ma nemmeno irrisoria" in un fondo destinato ai soli tre che, dopo una settantina e passa di anni, riusciranno a sopravvivere agli altri 27. Un gioco assurdo, dalla durata lunghissima, che parte nel 1975, un anno dopo la maturità, e va avanti fino al 2053. Una lotteria bizzarra quanto mostruosa, che riesce a tirare fuori il peggio dalla maggior parte degli ex studenti, che invecchiano progettando le altrui morti, e, in qualche caso, mettendole anche in pratica. Michele Mari ha il dono della scrittura, ma personalmente ho trovato sgradevole l'uso dell'articolo davanti al cognome delle protagoniste femminili, avrei preferito l'utilizzo del nome proprio per chiarire il sesso del personaggio.
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18/04/2026 Giorgio Grasso Una scommessa riuscitaIl tempo passa per tutti, ma per i 30 ex studenti di questo romanzo sembra passare più lentamente. La riffa ideata in occasione della cena dell'anno successivo a quello della maturità è l'occasione creata da Mari per mettere in scena un racconto nero, con venature di giallo. Dei trenta studenti impariamo a conoscerne bene solo pochi, perché i primi quarant'anni scorrono piuttosto in fretta, con il gruppo che piano piano si assottiglia per motivazioni anche cruente (e sono le pagine più divertenti). Quando il gioco si fa più serio, cioè dopo che i partecipanti rimasti hanno compiuto i sessanta, allora Mari comincia a delineare i caratteri principali ed entriamo finalmente nella testa di alcuni dei protagonisti. Contrariamente ad altri lettori a me la fissazione di uno di loro per Gene Hackman e la sua filmografia è piaciuta, a Mari evidentemente piacciono gli elenchi. E ad un certo punto vogliamo sapere tutti come andrà a finire, salvo scoprire che in fondo lo sapevamo già. Vincerà lo Strega? In cinquina sicuro (lo dico ad aprile), poi si vedrà.
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Vedove di Camus
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30/04/2026 Un ritratto rifrattoNon è la biografia di Albert Camus, Premio Nobel della Letteratura 1957, nato in Algeria nel 1913 e morto in Francia nel 1960. E’ l’insieme delle testimonianze di quattro donne, identificate nel titolo del libro di Elena Rui come “Vedove di Camus”. Ognuna sa dell’esistenza delle altre, ma ciascuna rende una amorevole testimonianza del proprio lutto. Infatti qui si racconta la vita sentimentale quando hanno perso quel loro amore, fino alla morte di ognuna di loro, pur interponendo periodi riguardanti fatti - anche inediti - antecedenti quel 4 gennaio 1960, in cui l’auto guidata dall’editore Gallimard si schiantò contro un albero lungo la Dipartimentale 606, e che costituisce il brusco incipit del libro. Il dato che nell'auto ci fosse il manoscritto de "Il primo uomo" - pubblicato postumo - pone e impone l'interrogativo: cosa succede ai materiali inediti dello scrittore ? Rui ne recupera molti, tra i Diari, e ciò arricchisce questa narrazione che “seppur documentata, è una finzione” - afferma nella premessa l’autrice. Le voci, e le penne immaginarie, sono quelle della moglie Francine, poi di Catherine, Matte fino a Maria "L'Unica", ognuna delle quali costituisce la rifrazione di un ritratto di un uomo, che nei suoi Taccuini scrisse: “Conosco un solo dovere, ed è quello di amare”. Nella rosa dello Strega 2026, CONSIGLIATO.
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21/04/2026 Quattro sguardi su Camus“Camus era un uomo di grandi ideali, ma anche una simpatica canaglia.” Ecco il Camus che non ti aspetti. Dal ritratto che emerge attraverso la rievocazione delle quattro “vedove” prende forma una figura singolare, di notevole fascino. L’autrice dà voce a quattro figure femminili che ne ricostruiscono la memoria dopo la morte, esplorando il lutto: a partire dalla moglie Francine, consapevole dei tradimenti del marito, fino alle tre amanti. Tutte piangono la perdita dell’uomo a cui erano legate da un rapporto, interrotto bruscamente dal tragico incidente stradale del 4 gennaio 1960. Quattro donne diverse, quattro relazioni diverse, ognuna caratterizzata da una propria forma d’amore, da cui scaturisce un ritratto di Camus ricco di complessità e contraddizioni. Un uomo attratto dalle donne artiste: due delle amanti erano attrici di teatro, la terza una giovane pittrice. La moglie stessa, pur non esibendosi, era una pianista. Per la mia percezione, Camus resta quasi secondario nel racconto. È il ritratto che prende forma dalle voci delle quattro vedove a restituirci l’immagine più intima ed emozionale dell’artista: un uomo capace di suscitare grandi passioni, di amare “con la vanità di un uomo, l’egoismo di un uomo”, di essere di tutte e, forse, di nessuna. “Aveva un appetito per la vita che non tollerava ostacoli.” Allora a chi è appartenuto Camus? Alla moglie, alle sue vedove, alla Francia? Forse a tutti, o forse solo a sé stesso. Fatto sta che oggi siamo ancora qui a parlarne e, soprattutto, a leggere di questo immenso autore. La Rui costruisce un racconto originale, con una scrittura evocativa e sobria, che evita la trappola della retorica. Ne risulta una lettura che intrattiene piacevolmente. “Questo libro è un’opera di finzione basata su fatti reali. L’immaginazione è intervenuta ancor prima della scrittura, quando i personaggi hanno iniziato a chiedere d’interessarsi a loro, d’intraprendere ricerche, viaggi nel Sud della Francia, perlustrazioni di Parigi.” (Cit. in epilogo)
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11/04/2026 Daniela BertoglioUno scrittore vincitore del Nobel, e 4 donne che lo hanno amato, e con le quali ha condiviso un pezzo della sua vita. Albert Camus, morto tragicamente a 46 anni per un incidente automobilistico mentre tornava a Parigi in compagnia del suo editore, Gallimard, deceduto anche lui qualche giorno dopo, e la famiglia di quest'ultimo, aveva una moglie, Francine, divenuta la vedova ufficiale, ma altre tre donne potevano rivendicare, in un modo o nell'altro, lo stesso ruolo, sia pure solo ufficiosamente. Si trattava di due attrici, Maria Casarès e Catherine Sellers con cui lo scrittore, nonché regista ed autore teatrale, intratteneva relazioni sentimentali, ed una giovane illustratrice di origini danesi, Mette Ivers. Un uomo che rivendicava il rifiuto della monogamia, e quattro donne che, in maniera diversa, erano sicure di avere con lui un rapporto esclusivo, pur consapevoli della esistenza delle altre tre. Donne indipendenti, la cui forza nasceva dalla loro professione, o, nel caso della moglie, dalla presenza dei due figli, adolescenti al momento della scomparsa di Camus. Una biografia multipla, romanzata, interessante perché l'amore si può davvero articolare ed esprimere in tante maniere diverse.
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Cercando l'imperatore : storia di un reggimento russo disperso nella Siberia durante la Rivoluzione, in cerca dello Zar prigioniero
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30/04/2026Libro noioso in maniera mortale.
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King Kong theory
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30/04/2026 ConsigliatoLettura della quale ho apprezzato soprattutto i capitoli dedicati allo stupro, alla prostituzione e alla pornografia, argomenti affrontati senza giri di parole, come raramente accade. Il vissuto dell’autrice arricchisce la narrazione e la rende ancora più d’impatto, ad esempio in merito alla stupro subito Despentes scrive: “Non ce l'ho con me stessa per non aver osato ammazzare uno di loro. Ce l'ho con una società che mi ha educata senza mai insegnarmi a far del male a un uomo se mi apre le gambe a forza, quando questa stessa società mi ha inculcato l'idea che è un crimine da cui non mi riprenderò mai.”
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Quasi nemici : L'importante è avere ragione
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30/04/2026 L’importante è sembrare di avere ragioneQuasi nemici è una tipica commedia francese, brillante e cinica, con un ambiguo finale agrodolce. I protagonisti sono Neila, una giovane donna di origine araba, matricola di giurisprudenza e residente in un sobborgo popolare alla periferia di Parigi, che aspira a diventare un avvocato di successo ed il Prof. Mazzard, maturo docente universitario di retorica, luminare nella sua materia ma dai modi inurbani, xenofobi e misogini nei rapporti interpersonali, in particolare con i suoi allievi. La vicenda inizia con uno scontro in occasione della prima lezione del corso di retorica, durante la quale Mazzard umilia pubblicamente Neila con improperi gratuiti ed a sfondo razzista per essere arrivata con alcuni minuti di ritardo. Pena il licenziamento, il direttivo dell’università costringe allora Mazzard non solo a scusarsi ma anche a scegliere Neila come rappresentante dell’ateneo all’annuale gara di retorica interuniversitaria, lasciando, però, la ragazza all’oscuro dei motivi di questa scelta. Lo sviluppo del film racconta in modo paradossale ed esilarante l’inverosimile collaborazione tra due personaggi agli antipodi che, malgrado tutto, riesce a raggiungere un certo successo. Comunque, al di là della vicenda, ciò che impressiona è il tema di fondo del film: non è importante avere ragione nel merito ma solo sembrare di averla ricorrendo ai 38 stratagemmi retorici esposti da Schopenhauer nell’”Arte di ottenere ragione”. Non a caso il film è disponibile presso il nuovo complesso di Rebibbia.
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Storia di un'amicizia
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29/04/2026 Giorgio Grasso Storia di due narratori lunaticiConfesso di non aver mai letto, per quanto ricordo, un libro di Gianni Celati, ma non è determinante per apprezzare la lettura di questo libro, un vero e proprio memoir del rapporto di amicizia, intellettuale e letteraria, dell’autore dal 1985 fino alla morte di Celati nel 2022. Ermanno Cavazzoni ci racconta, con il suo stile inconfondibile, un Celati privato, impulsivo, allergico al potere, amante dei clown e della "scrittura come artigianato", la sua narrazione è intrisa di aneddoti, di passioni per la letteratura (Joyce, Ariosto) e di un andare per il mondo alla ricerca di stranezze. A piedi, ovviamente, perché i due amici amavano progettare, e a volte anche fare, lunghe camminate, se non vagabondaggi, specialmente Celati, a cui servivano per avere “la testa un po’ svaporata”. Cosa fanno due scrittori quando non scrivono? Ecco, questo libro serve un po’ a capirlo. E naturalmente viene voglia di leggere sia i libri dell'uno che quelli dell'altro.
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23/04/2026 Un flusso di coscienza lungo il corso del PoCantava Gino Paoli "Eravamo quattro amici al bar / Che volevano cambiare il mondo": potrebbe essere il sottotitolo di questo memoir di Ermanno Cavazzoni, un poetico e a volte strampalato flusso di coscienza della sua "Storia dI un'amicizia" con Gianni Celati, qui chiamato semplicemente Celati. Sono contenta di aver letto questo libro, intriso di sentimenti e ideali, che mi ha portato a reperire sulla piattaforma Raiplay la puntata di "Provincia Capitale. Il Delta del Po", ispirata a uno degli scritti di Celati, che ne fu regista come "Gianni Gianni". Vi è ambientata la culla della loro formazione raccontata da Cavazzoni: la bassa emiliana da Portomaggiore, Ferrara, fino a Porto Tolle, alla foce del fiume. Vi ho ritrovato l'odore di salmastro, la nebbiosa atmosfera, la filosofia di vita di quegli amici da sempre "che volevano cambiare il mondo". Quegli stati d'animo ci sono restituiti, nel libro in rosa per il Premio Strega 2026, in forma di monologo ondìvago, un dialogo interiore fatto di affetto e nostalgia. Da leggere.
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19/04/2026 "La favola di un'amicizia"“Questo libro di memorie e di appunti è dedicato a Gianni celati, scrittore che ci ha beneficato con i suoi libri e con la sua pulita esistenza, che qui cerco di recuperare e far brillare. Non è una biografia né una bibliografia ragionata; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un'amicizia.” È uno di quei libri che so già che tornerò a sfogliare. Dentro c’è di tutto: riflessioni strampalate e intuizioni profonde, episodi quotidiani e pensieri sulla letteratura, situazioni surreali e parodie, evocazioni poetiche e pensieri filosofici. Ma soprattutto c’è la spontaneità con cui Cavazzoni racconta quasi quarant’anni di amicizia con Celati. Non prova mai a spiegarlo davvero, né a ricostruirne in modo ordinato la vita o le opere. Il ritratto nasce piuttosto per accumulo: dettagli minimi, voci, scene, ricordi sparsi. Ed è proprio così che Celati prende forma, in modo vivo e concreto, spesso più in ciò che sta ai margini della sua produzione — i progetti immaginati, i viaggi pensati, le stranezze — che nei libri stessi. L’amicizia comincia quasi sotto il segno di Ariosto, durante un convegno nel 1985, e attraversa gli anni fino agli ultimi, segnati dalla malattia. Ed è proprio qui che il libro diventa, a tratti, profondamente commovente: Cavazzoni riesce a raccontare quel periodo con grande sensibilità e misura, senza mai indulgere, ma trasmettendo una commozione autentica, la stessa, a detta dell’autore, che ha provato lui mentre scriveva quelle pagine. Intorno, un piccolo mondo di scrittori “della pianura”, appartati e poco inclini all’omologazione. Leggendo, sembra quasi di sentire Cavazzoni parlare: più che raccontare, intrattiene, come in una conversazione tra amici, magari in un’osteria poco frequentata, davanti a un bicchierino di vodka, rigorosamente da bere “subito prima di incominciare a cenare, come si legge nei romanzi rossi, che però la incominciano con una caraffa, perché la vodka è il carburante per i discorsi più intensi”. Uno stile che fa sorridere, a tratti anche ridere, e poi commuove, lasciando continuamente spunti di riflessione. Un libro scritto benissimo, attraversato da un affetto profondo che lega queste pagine dall’inizio alla fine. “E ci troveremo da qualche parte, ad esempio a Copenhagen, dove erano tutti così gentili e così favorevoli alle risa, al vino e alla birra; al ristorante Barabba di Quattro Castella dove ci abbiamo spesso mangiato e le tagliatelle sono buone, e pure i tortelli, e si spende il giusto. E poi quando saranno morti tutti i nostri soci, colleghi e affini che hanno transitato circa nello stesso arco di tempo, faremo perfino convegni con rinfreschi e chiacchiere e teoria all'infinito, che tanto di tempo ne avremo. Saremo ombre, ma va bene lo stesso, e poi lentamente sbiadiremo, fino a diventare impalpabili chiazze translucide.”
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16/04/2026 Daniela BertoglioCi sono romanzi che andrebbero letti ad alta voce, e Storia di un'amicizia rientra a pieno titolo nella categoria, perché Ermanno Cavazzoni racconta la sua amicizia con Gianni Celati, e con tanti altri autori, noti o misconosciuti, quasi tutti emiliani o al massimo romagnoli, come la descriverebbe durante una conversazione con qualcuno. E' un romanzo scritto benissimo, una lettura davvero piacevole: ricordi, aneddoti, cene a base di tagliatelle al ragù, inframmezzate da bicchierini di vodka, che comunicano emozioni, considerazioni sui massimi, e minimi, sistemi, sulla letteratura, gli intellettuali, tutto all'insegna dell'ironia e della leggerezza. Tante brevi storie frutto delle conversazioni con Celati, che raccontano di una varia umanità, fatta di piccole avventure, fallimenti, morti improvvise e previste, morti che appaiono nei sogni, con le ultime pagine, dedicate alla malattia e poi alla morte dell'amico, che sono pura poesia.
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La libreria del venerdì
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29/04/2026 RipetitivoHo trovato questo libro abbastanza noioso.
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Occhi di bambina
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29/04/2026 Giorgio Grasso Uno sguardo dal bassoSe a scrivere questa storia (che Vichi dice di aver tratto da una storia vera) fosse una vera bambina, allora potremmo anche accettare che le descrizioni degli eventi che accadono a lei, ai suoi nonni e alla madre (per tacer del padre, che è poco più di una comparsa) siano così tranquille, quasi impersonali. Perché è vero che i bambini quando scrivono riescono a raccontare senza giudicare, a spiegare senza valutare. Ma, sia pure nella finzione di Vichi, qui la narrazione dell'infanzia travagliata di Arianna, dai 7 ai 10 anni, viene fatta da una donna adulta, che però non sembra aver fatto ancora i conti con questi genitori "assenti". La madre, di cui mi sembra non si dica neanche il nome (anche perché all'estero vive da latitante e sicuramente non con quello vero), è una figura piuttosto meschina, durante i 4 anni scarsi in cui vive con la figlia non sembra avere per lei nessun sentimento materno: tutto viene oscurato dalla sua paura di essere arrestata. Del padre meglio non dire niente, tanto inesistente appare ai nostri occhi, ma anche a quelli di Arianna, che lo considera un amico per una settimana di vacanza. Insomma, agli occhi della bambina, attraverso cui ci arriva la storia, questa indifferenza/nullità dei genitori sembra cosa normale, ne soffre ovviamente ma, da brava bimba, non protesta mai, anche lei intrappolata nel meccanismo della latitanza forzata. Ne esce un romanzo sicuramente leggibile, con alti e bassi, ma niente di eccezionale. E poi Vichi nelle ultime trenta pagine si sente in dovere di raccontarci finalmente chi erano i genitori della bambina prima della sua nascita, con un flashback che avrebbe avuto più senso inserito, magari a frammenti, durante la narrazione. Finalista del premio Strega? Mah!!
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21/04/2026 Un’infanzia sospesaVichi esce dalla sua “comfort zone” del poliziesco per romanzare una storia realmente accaduta. Siamo nel 1985 quando Arianna, una bambina di soli sette anni, lascia Firenze e i nonni con cui è cresciuta per seguire la madre in una fuga che la porterà tra Parigi e Barcellona. Diventa così vittima indiretta di scelte ideologiche che la costringono a una vita precaria, senza la possibilità di mettere radici. In questo continuo spostarsi, l’unico punto fermo resta il legame con la madre, insieme a un elefantino di peluche rosa, fragile simbolo di protezione e di conforto. La narrazione assume una forma quasi cronachistica, come un diario filtrato dallo sguardo infantile; la scrittura adotta toni estremamente semplici e misurati, ma a tratti fin troppo piatti. Proprio questa scelta, unita alla dichiarata fedeltà alla storia vera raccontata in appendice, finisce però per attenuare il potenziale della vicenda: nonostante la sua forza, il racconto fatica a generare un reale coinvolgimento emotivo e resta spesso in superficie. A fine lettura emerge così un senso di incompiutezza. La chiusura appare frettolosa e lascia il desiderio di comprendere come quell’infanzia sospesa abbia plasmato la donna adulta. Purtroppo, questo passaggio resta inesplorato.
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Il pesce magico
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29/04/2026 Anna Maria Apicella Amicizia e arte...Albo illustrato sul valore dell' amicizia e sull' empatia che la storia svela alla fine. Ottimo per chi volesse parlare di arte e emozioni ai piccoli.
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Così come sono
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29/04/2026 Anna Maria Apicella La nostra identitàUn albo illustrato spesso tridimensionale con immagini che si sovrappongono e si aprono nello spiegare l ' identità di tante persone. Può aiutare a riflettere anche i bambini con gli adulti accanto a loro.
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Lo squalificato
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28/04/2026 BohLe mie considerazioni sul libro “Lo squalificato” di Dazai Osamu Questo libro segue la storia di un ragazzo che sin dall’infanzia si ritrova davanti un dilemma: come sopravvivono gli esseri umani o può mai definirsi un essere umano? Da adolescente, il protagonista di nome Yozo assume le vesti di un pagliaccio, vale a dire, di un comico. Il suo scopo è far ridere a crepapelle chiunque lo attorniasse, dai compagni di scuola fino ai parenti di primo grado. Non gli importava di nessun’altra cosa, se non compiere tale obiettivo. Fino a che conobbe la prima persona che mise in dubbio i suoi modi di divertire le persone. Un giorno gli disse: “Lo fai apposta”. Iniziò ad odiarlo a tal punto da ricordarsi ogni commento che gli veniva fatto da lui. Due di quelli assunsero un carattere premonitore. Da qui ne deriva la sua crisi esistenziale in età adulta; soprattutto in termini di donne e carriera. Egli tentò di trovare pace nell’amore da coppia, ma finì con lo sfociare di altri interrogativi riguardo la vita e la fiducia per essa. Provò con l’alcol, un’alternativa che lo condusse in ospedale per delinquenti. A questo punto lui si sente finalmente qualcosa, un pazzo. L’etichetta di chi è finito in ospedale lo rasserenava anche se dall’aspetto - i capelli grigi - si poteva evincere lo sforzo per arrivare all’idea di appartenere a qualcosa. Questo libro è molto scorrevole ma presenta un uso frequente di termini e nessi logici arcaici. La vita di Yozo raffigura le persone che hanno difficoltà a catalogarsi in un’identità. Ed è impressionante come lui, nonostante rifiutasse di omologarsi alla società, non commetta nessun reato. Da questo ne consegue la sua difficoltà nel decifrare il motivo dietro i rimproveri della famiglia, i pianti delle sue ragazze e le risate che scambiava con l’amico che più lo rispecchiava. Era una persona brava ma colma di domande. Metteva in discussione ogni azione umana, ritenendole prive di genuina generosità e sincerità. Come quando un suo vicino si offrì di aiutarlo economicamente; ai suoi occhi, non era un gesto attuato di sua spontanea iniziativa, bensì dei fratelli. Secondo me, Yozo ha vissuto una vita occupata nel trovare risposta a domande insignificanti. Questo perché lo allontanava nel sentire sulla pelle le emozioni umane. È difficile chiedersi ogni volta perché determinate persone scelgano di fare questo piuttosto che l’altra opzione. Stare sul momento consegue il vivere appieno l’esperienza. Ed è proprio questa esperienza che ci rende umani.
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La Roma di Augusto in 100 monumenti
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28/04/2026 Catalogo di vari monumenti dell'antica RomaQuesto libro lascia un po' delusi. I monumenti citati sono moltissimi, gran parte dei quali poco noti e di cui sono rimaste vestigia poco evidenti e visibili. La descrizione è molto scarna, la loro collocazione è di difficile decifrazione, ci sono poche fotografie senza didascalia. Da un archeologo della caratura di Carandini mi aspettavo di meglio.
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Cara Elsa : Storia di un’amicizia a cura di Goffredo Fofi
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28/04/2026 Cara ElsaOttima e breve raccolta di lettere per comprendere sempre più quella grande scrittrice che è stata Elsa Morante.
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Ricordi di un vicolo cieco
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28/04/2026 Toccante raccolta di cinque racconti.Pur non essendo un libro autobiografico, in queste storie tristi, ma serene in cui l'autrice ci rivede i momenti più difficili della sua vita, ma con una inaspettata riscoperta della felicità. Dallo stile delicato, intimo e dalla scrittura semplice e scorrevole.
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Fuoco al cielo : [romanzo]
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28/04/2026 NoiosoHo letto questo libro in quanto suggerito dal circolo di lettura. Ho trovato la storia noiosa e ai limiti del surreale, nel senso la storia d'amore e i comportamenti della protagonista sono a mio avviso ai limiti dell'assurdo. L'idea di base era buona, raccontare gli effetti delle contaminazioni radiottive, ma alla fine c'è ben poco di tutto questo, non so quale parte sia vera qualche inventata e forse troppo inventata. La scrittura poi non mi colpisce e non mi lascia niente. I sentimenti non ci sono. A me non è affatto piaciuto.
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