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I commenti più recenti

  • A esequie avvenute

    Carlotto, Massimo <1956- >

    • 23/06/2026
      Bruno Umana L' epilogo
      In questo libro è una sorta di conclusione, l'alligatore riceve " il suo battesimo" E ' sempre una lotta tra la malavita ucraina e chi come il vecchio Rossini vuole salvare una giovane schiava, poi c'è Max, c'è Virna ma c'è anche il nemico giurato di Buratti... Pellegrini.
  • Il libro di Kells

    Chalandon, Sorj

    • 23/06/2026
      Michele D'apuzzo
      Sorj Chalandon oltre ad essere un apprezzato giornalista è anche un prolifico narratore con all’attivo 14 romanzi, liberamente tratti dalla doppia vita privata/da cronista, molti di questi meritevoli mentre altri, inevitabilmente, dimenticabili come per esempio il libro di Kells. Il romanzo conserva l’imprinting autobiografico ma con un approccio più incisivo e frontale rispetto ai precedenti, in cui l’autore, sembra quasi ossessionato dal credere che la propria vita sia un capolavoro letterario, tanto da soccombere all’attuale, diffusa e stantia tendenza memoir. Il romanzo si articola sostanzialmente su due principali filoni narrativi, il primo, interessante e ben strutturato, costruito sulla fuga da Lione da un padre violento del diciasettenne protagonista e il successivo anno di vagabondaggio nelle strade di Parigi alla ricerca di emancipazione e identità, mentre nel secondo ramo, quasi privo di pathos, la vicenda personale si fonde in un contesto storico-politico- sociale espressione di un ritratto del maggio francese del 68 e dei successivi anni 70. Nonostante sia scritto in modo piatto e basico con uno stile fatto di frasi semplici ed elementari, il romanzo per il primo terzo risulta coinvolgente, nella misura in cui l’autore riesce a far percepire tensioni e sentimenti quali paura, caos e straniamento derivanti dalla violenza della vita in strada, tuttavia, via via che si esplora il corpo centrale, la storia scivola in un limbo fatto di noia, staticità e ripetitività, con una trattazione dei temi, in relazione alla complessità del contesto temporale, insufficiente e poco coinvolgente, dove la gran parte dei personaggi si manifesta in modo stereotipata con un’evoluzione imprecisa e rapida, offrendo una rappresentazione povera di anima e di empatia. Nota di demerito anche per il finale allusivo, affrettato e incompleto. In conclusione “il Libro di Kells” è un melange tra memoir, romanzo di formazione e pseudo saggio divulgativo/politico con gli approfondimenti, lo stile e la concettualità di un bignami.
  • La penisola delle case vuote

    Uclés, David

    • 23/06/2026
      Michele D'apuzzo
      David Uclés ci delizia con un umorismo sottile che non rifugge dal dramma. La trama ruota attorno alla guerra civile spagnola che viene raccontata in modo originale e differente dai molti romanzi sul tema, la storia intrisa di realismo magico e di una buona dose di realtà ha come filo conduttore le vicende di una famiglia di una piccola città di Jaén a partire dai tempi della Repubblica fino alla presa del potere di Franco. Il realismo magico, eseguito con impressionante maestria con evidenti influenze di Saramago, pervade, avvolge e vive in tutta La penisola delle case vuote. Aggiunge colore, decostruisce le immagini e le restituisce al lettore in una forma diversa: colorata, luminosa e sorprendente. In conclusione il romanzo, con la sua struttura profetica e la forma corale è un viaggio attraverso un'Iberia morente, costellato di eroi sconosciuti, massacri e bellezza, dove l'epico e il quotidiano si intrecciano con il magico per tessere un arazzo impossibile (eppure reale) davanti ai nostri occhi. Un'opera stilisticamente raffinata e complessa che richiede, in alcuni passaggi, riletture necessarie a cogliere dettagli, chiavi di accesso e nuances magistralmente inserite dall'autore. Il libro più bello letto finora nel 2026. Capolavoro
  • Giappone

    • 23/06/2026
      l' ho acquistato non appena e' uscito e non me ne sono pentita. ho dovuto rinunciare a tornare in Giappone nel 2024 cosi' leggerlo di tanto in tanto mi aiuta a ricordare ma a volte mi sembra una forma di masochismo. ma per preparasi a scoprire uno dei paesi piu' affascinanti del mondo, per me il paese del cuore, e' utilissimo anche se credo che la massa di turisti che ultimamente lo ha invaso ha cambiato il modo con cui ci vedono e visto la mancanza di rispetto del loro stile di vita non li biasimo
  • Ho voglia di te

    • 23/06/2026
      Barbara Peti
      uno Scamarcio bambino che riporta alla nostra adolescenza... quando c'erano i batticuori, i pianti , gli appuntamenti. ... ovviamente sono sentimenti forti, provati per la prima volta, l'innamoramento... un film per tornare indietro nel tempo
  • La ragazza invisibile

    Jewell, Lisa

    • 23/06/2026
      Barbara Peti
      Molto originale come al solito si scava nel profondo dell'animo umano, ne esce un ritratto di un essere umano che e' violento, sessista e soprattutto prevaricatore
  • Il bene sia con voi!

    Grossman, Vasilij Semenovič

    • 22/06/2026
      La scoperta inattesa di un gigante della letteratura crea nella vita di ogni appassionato lettore uno spartiacque fra il tempo in cui egli lo ha ignorato e quello in cui un nuovo nome è entrato prepotentemente nel suo Pantheon personale. Invidio a chi non ha ancora letto Vita e destino il magico momento di una tale scoperta. Se torno indietro di una ventina d’anni, solo due libri oltre a quello di Vasilij Grossman mi hanno offerto questa preziosa sensazione: Suite francese di Irène Nemirovsky e La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer. Ritengo un puro caso che si tratti di tre autori con radici tra gli Ostjuden, peraltro nessuno di essi era praticante. Il primo è sempre rimasto in Russia, la seconda si è formata in Francia, il terzo in America. Chissà che a quasi settant’anni la vita non mi riservi altre straordinarie sorprese come queste. Come lo furono, a suo tempo, la scoperta di Walser, Borges, Gogol’, Joseph Roth, Kafka, Proust, Dostoevskij, Gadda, Maupassant, Thomas Mann, Hemingway, Cervantes, Simenon e qualche altro di cui non mi resta quasi più niente da leggere. Negli stessi decenni che preparavano il suo capolavoro, rimasto a lungo sconosciuto, Vasilij Grossman scrisse anche i nove racconti pubblicati postumi a cura dei suoi eredi e che danno forma a Il bene sia con voi! Sono nel suo stile, quello di chi ha conosciuto come pochi la vera anima russa e come pochi l’ha saputa rendere con immagini ispirate e commoventi. Potrebbero essere spezzoni delle sue opere di più ampio respiro, così come nei grandi romanzi di Grossman si incontrano ogni tanto inattese digressioni che, estrapolate dal contesto, parrebbero racconti autonomi come lo sono questi. In queste storie esce anche l’ebreo Grossman accanto all’uomo Grossman, all’immenso narratore, capace di cogliere in poche parole il senso ultimo dell’esistenza umana, che abbiamo apprezzato nelle opere maggiori. Esce in poche decine di pagine ciò che non era emerso nelle oltre mille che compongono la Dilogia di Stalingrado. Ho sempre avvertito questo pudore in Grossman. In Vita e destino è presente la tragedia della Shoah, c’è lo scienziato ebreo Štrum, c’è sua madre Anna Semenova che muore per mano dei nazisti nel ghetto della sua città ucraina; con questa donna Grossman ha fatto un piccolo, commosso cameo della propria madre che subì la stessa sorte a Berdičev. Tutto però passa in secondo piano rispetto alla tragedia più generale della guerra e del popolo russo che combatte per la propria libertà. Come in molti ebrei assimilati, in Grossman sembra prevalere di volta in volta l’ucraino, il cronista, lo storico, insomma l’uomo sull’ebreo. Ne Il bene sia con voi! questo pudore scompare. Il vecchio maestro (1943) è il resoconto quasi neorealista dell’avanzata nazista nelle campagne russe, in particolare in una cittadina dove il cambio di padrone smaschera vigliacchi ed eroi, traditori e patrioti. Di tutti solo il vecchio maestro Rosenthal mantiene lo stesso umore, la stessa calma e cortesia che tutti gli hanno sempre conosciuto. Potrebbe chiedere all’amico medico un veleno per risparmiarsi l’obbrobrio a cui sta per assistere, un pogrom nazista attuato con scientifica crudeltà, ma alla fine preferisce abbandonarsi al suo destino e partecipare alla tragedia insieme alla gente che ha visto crescere e formato in tanti anni di scuola. La Madonna Sistina (1955) è stato ispirato dalla mostra dei quadri trafugati a Dresda durante l’occupazione sovietica, e restituiti dieci anni dopo alla città sassone non prima di essere esposti a Mosca per novanta giorni. Fra questi c’è il celebre dipinto di Raffaello, la cui bellezza sconvolge Grossman. Si chiede cosa rappresentino quegli sguardi così consapevoli, adulti perfino nel piccolo Gesù. Ripensa a Treblinka, che ha descritto da cronista in un altro celebre libro. A una madre col suo bambino avviata al gas. «La verità di quei visi, l’aveva dipinta Raffaello quattro secoli prima». La Madonna Sistina è la dimostrazione che neanche il nazis
  • La mummia di Lenin

    Mauro, Ezio

    • 22/06/2026
      C’è qualcosa di sconcertante nel modo in cui Ezio Mauro, in La mummia di Lenin, affronta uno dei temi più cupamente simbolici del Novecento: la conservazione del corpo di Lenin come strumento politico, come tempio vivente di una rivoluzione ormai spenta. Un soggetto potente, che avrebbe meritato uno sguardo analitico, lucido, magari sobrio. Invece Mauro imbocca un’altra strada: fin dalle prime pagine si avverte la scelta di uno stile lirico, enfatico, persino solenne; una prosa che sembra voler emulare la sacralità del tema, ma che finisce per sovrastarlo, appesantendolo. Il tono dell’introduzione, così pomposo, sembrava inizialmente confinato a un’apertura retorica, quasi teatrale. Ma poi prosegue, ininterrotto, e accompagna l’intero libro. È una scelta che si può forse comprendere, vista la dimensione simbolica del corpo imbalsamato come “prolungamento” della rivoluzione: eppure il risultato lascia perplessi. La tensione poetica si mangia spesso la sostanza, e quando la sostanza emerge, lo fa senza la lucidità o il rigore che ci si aspetterebbe. La struttura è quella di un lungo reportage narrativo: si parte dalla fine, dal corpo che entra nel mausoleo, per poi risalire alla parabola rivoluzionaria. Mauro adotta il calendario gregoriano senza mai esplicitarlo: scelta lecita, ma che richiede al lettore un attimo di orientamento, dato che la rivoluzione d’Ottobre viene narrata come avvenuta a novembre. Più difficile da giustificare, invece, è l’uso ostinato delle traslitterazioni russe, come Kyev o Odessa, al posto delle forme ucraine Kyiv e Odesa. Nel 2025 non è una semplice svista: è una scelta che pesa. Ci sono poi passaggi che sembrano del tutto scollegati dal tema del libro. Pagine e pagine dedicate a Mosca e San Pietroburgo, descritte con dovizia di dettagli quasi da guida turistica, in un’esaltazione della Russia letteraria che stona profondamente con la violenza storica della realtà sovietica. Addirittura, si arriva a citare Yulij Daniel’, autore dissidente perseguitato dal regime, per esaltare Mosca: un cortocircuito quasi grottesco. Le parole di Lenin sulla violenza rivoluzionaria sono riportate qua e là, senza un vero commento, quasi come se potessero parlare da sole. Nessun tentativo di collocarle in un contesto critico, nessuna riflessione sulla continuità tra il pensiero leninista e la successiva repressione staliniana. Sembra quasi che il libro si ritragga proprio là dove dovrebbe affondare lo sguardo. Qualche parte più convincente c’è. Quando si affronta la lotta per la successione, l’analisi si fa più solida. Trotsky, Stalin, l’ombra di Lenin sempre presente e sempre più svuotata, mentre Stalin si insinua come segretario generale del Comitato centrale del PCUS e ne modella la carica per trasformarla in potere assoluto. Qui il tono si fa meno enfatico, la narrazione prende respiro, e finalmente si intravede un intento più preciso. L’ultima parte è senz’altro la più riuscita. La costruzione del mausoleo, lo sforzo scientifico e simbolico per conservare il corpo, la progressiva eliminazione fisica e politica di tutti i presenti al funerale, tranne uno: Stalin. L’immortalità del corpo serve la legittimazione del nuovo leader. È in quelle pagine che il titolo trova finalmente il suo pieno senso. Peccato che ci si arrivi solo alla fine. Il percorso per arrivarci è faticoso, e più volte frustrante. La mummia di Lenin è un libro che sembra voler evocare una grandezza ormai perduta, più che interrogare davvero la sua eredità. Ma in un tema che richiederebbe uno sguardo critico – storico e morale – Mauro preferisce costruire una liturgia. E resta il dubbio che, nel farlo, abbia finito per smarrire la sostanza della vicenda.
  • L'avvocato del diavolo : racconto dell'orrore

    Akunin, Boris

    • 22/06/2026
      Non si tratta di un'opera letteraria, ma di una satira politica (o fantapolitica) la quale mette in luce sia le condizioni della Russia attuale sia le fragilità delle democrazie. E lo fa suscitando un riso amaro e dando ulteriore corpo alla nostra inquietudine di persone quasi impotenti di fronte alla storia che si avvita su se stessa come un ciclo disperato da cui non vi è modo di uscire. Boris Akunin è uno scrittore dissidente, mi par di capire che ora viva in Spagna, lontano dal paese amato, nell'impossibilità di vedere gli amici e di camminare per le strade che l'hanno visto crescere. Parecchi anni fa, lessi i suoi romanzi il cui protagonista Fandorin rallegrava spensieratamente i miei giorni. Ora lo scrittore si presenta con un racconto breve rispetto a quelli cui mi aveva abituata e quanto mai duro. All'inizio del libro, Paolo Nori gli dedica una presentazione importante lasciando da parte quasi tutti i riferimenti a se stesso e commentando un'intervista molto lucida rilasciata a Dud' e reperibile anche su youtu.be. Qui Boris Akunin fa un ritratto di Vladimir Putin con brevi tratti illuminanti: quando un grande paese è in mano a una persona per troppo tempo, quella persona perde il contatto con la realtà, è troppo lontano, guarda da un'altezza eccessiva tutti questi moscerini, si fa un'idea del mondo tutta sua, si immagina, grazie anche a quelli che lo circondano, prima di tutto di essere infallibile e di sapere, meglio di chiunque altro, cosa bisogna fare, e anche di essere l'unto di Dio, e perciò di poter vedere più lontano, meglio di tutti. Boris Akunin contesta all'Occidente di non aver aiutato a sufficienza l'Ucraina: se la vita in questo paese fosse stata più ricca e più sensata di quella russa, in Russia non ci sarebbe la dittatura di Putin. Nel suo racconto distopico, il Leader Nazionale è colpito da un ictus mentre conciona in diretta. La nazione è sconvolta, si indicono elezioni finalmente libere e, fra i due candidati favoriti, vince colui che sembrava in minoranza. Nel frattempo, lo scrittore dissidente Boris Turgenčikov (si notino le allusioni del nome; molte altre se ne troveranno) torna finalmente in Russia. Qui è subito contattato dall'attivista per i diritti umani Vita Solceva. La donna lo forza ad assumere la difesa del vicepremier Chomjačenko, cui i russi attribuiscono tutti i mali del regime, un uomo che ha perseguitato duramente proprio lo scrittore. I dialoghi condotti in cella con Chomjačenko sono tanto esilaranti quanto rivelatori di come un dittatore consideri il proprio potere a confronto con la democrazia. Il racconto continua ed è evidente come ripercorra la lezione di Orvell ne La fattoria degli animali. Ci sono parecchie note a piè di pagina, indispensabili per orientarsi nei personaggi i cui nomi richiamano altre persone più o meno famose e in certi avvenimenti accaduti in Russia di cui non tutti possono avere memoria. La storia descrive il mondo della politica, compresa quella internazionale, in mano a degli stupidi spinti da una corte di giullari. La Russia di oggi - risponde il nuovo Primo Ministro al leader britannico - è come una nave corsara i cui alberi sono stati abbattuti, i cannoni rovesciati e l'equipaggio demoralizzato. (...) Ma sulla nave c'è una santabarbara piena di barili imbottiti di polvere. E lì si è chiuso il suo capitano. Nelle sue mani c'è una fiaccola. Chi ha orecchie per intendere intenda. Per gli altri, nel libro ci sono anche i disegnini.
  • Bebelplatz : La notte dei libri bruciati

    Stassi, Fabio

    • 22/06/2026
      Scrittore letterato che scrive (benissimo) di letteratura, Fabio Stassi ci regala un libro molto bello che è anche un omaggio alla letteratura di viaggio, nelle sue digressioni, oltre che un percorso a ritroso nel tempo alla ricerca dei blasfemi roghi di libri che frequentemente la storia purtroppo ha dovuto registrare. Ma il punto di riferimento principale è proprio Bebelplatz, il luogo dove partì la sciagurata distruzione delle opere ritenute contrarie allo spirito del nazismo. L’autore rintraccia anche l’Atlante delle città non solo tedesche dove questo empio sacrificio fu compiuto. Soprattutto Stassi è incuriosito dal bizzarro elenco degli autori italiani messi all’indice: Pietro l’Aretino,Giuseppe Borgese, Salgari, Ignazio Silone, Maria Volpi… E disegna splendidamente il profilo di questi scrittori, spiegando le ragioni che avevano meritato, nel barbaro giudizio, il rogo dei loro scritti. Ma la chiave di questo bellissimo saggio narrativo è certamente la confutazione rispettosa della celebre affermazione di Elsa Morante, secondo la quale “uno scrittore è un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura”. Anche la letteratura accade, per certi versi, secondo il nostro autore. E può quindi essere tra gli oggetti eterni della scrittura.
  • Socrate, Agata e il futuro : l'arte di invecchiare con filosofia

    Severgnini, Beppe

    • 22/06/2026
      Severgnini è un coacervo di buon senso e serenità, difficile da credere facile da invidiare. Aver sentito dalla sua viva voce leggere queste pillole di saggezza a buon mercato andando a lavoro probabilmente è stato un buon viatico per affrontare con una migliore predisposizione i travagli dei nostri microcosmi tormentati di uomini medi. E' un libro che ti spinge a segnare ed impegnarsi in mille buoni propositi che puntualmente non rispetteremo e a crogiolarsi nei ricordi di cose di una generazione che va scomparendo, come la mia sterminata collezione di musicassette registrate dalla radio (raisteronotte) su tutte stipate nella mia cantina. Diciamo che è un'opera che serve a fare stretching per quello che i religiosi induisti chiamano la stagione del congedo a cui purtroppo, per quanto possiamo impegnarci con tutte le nostre forze, non saremmo mai pronti. Ed alla fine ti verrebbe da dire all'autore se fosse un tuo amico "ma cazzo possibile che tu sia sempre così equilibrato e sereno?"
    • 21/06/2026
      Sono una anziana che fortunatamente non cerca di camuffarsi, non tingo i capelli, mi vesto sobriamente, colori neutri forse noiosi ma mi sento bene così. Avevo aspettative su questo libro ma alla fine troppe parole, sarà anche questa insofferenza alle lungaggini un segno dell'età? Me ne farò una ragione
  • Il muro

    Lanchester, John

    • 22/06/2026
      Non sono amante di libri che ci prospettano un futuro apocalittico e nel corso degli anni mi sono limitato alla lettura delle sole pietre miliari, apprezzandole: "1984" e "fahrenheit 451". De "il muro" del britannico John Lanchester avevo letto qualche commento positivo e carpito la presenza di contenuti interessanti, di livello. Il libro non delude le aspettative, se non nella forma. Vi troviamo, in forma poco alterata, le più grandi paure del nostro tempo: l'allarme ambientale, la fobia per l'immigrato o comunque per il diverso con la conseguente strenua difesa dei propri confini; vi troviamo il conflitto generazionale, il cinismo della nostra epoca, la perdita di affettività e di momenti d'intimità Il Cambiamento è la linea di confine tra il vecchio mondo, quale noi conosciamo oggi, e il nuovo mondo dove, presumibilmente a causa di lenti ed inesorabili mutamenti climatici, il livello delle acque è cresciuto enormemente, le spiagge sono un lontano ricordo e restano poche terre emerse ed ospitali, seppur con gravi limitazioni in fatto di mobilità e approvvigionamento di risorse alimentari. La Gran Bretagna è tra queste e i suoi confini sono difesi dal "muro", un'imponente fortificazione costruita lungo tutto il perimetro costiero. Muro che già oggi, gli sceriffi dell'ordine mondiale erigono a difesa della propria presunta civiltà ed in barba all'immutabilità della storia che dalla comparsa dell'homo sapiens vede i popoli migrare in cerca di migliori condizioni di vita e, più spesso, per mero spirito di sopravvivenza. A presidio del Muro sono chiamati i Difensori, primi baluardi senza gloria della civiltà. I Difensori passeranno sul Muro due anni di servizio, spesso in condizioni climatiche estreme, col freddo di tipo 2 nelle ossa e nel cuore. Non sono ammesse relazioni sentimentali di alcun tipo se non da Figliatori, persone il cui ruolo è quello di “figliare”, ovvero produrre una nuova generazione di Difensori. La passione sessuale e l’amore per la nuova vita ridotte a processo meccanico che consente ai Difensori di affrancarsi da alcuni gravosi compiti sul Muro e vivere un’ipotesi di normalità. E’ un libro dai toni cupi, pervaso da angoscia, dalla paura di affrontare e magari soccombere ad un attacco degli Altri, gli abitanti del mare, gli esclusi senza nazionalità, senza identità, semplicemente gli Altri. La paura di quel perverso meccanismo secondo il quale per ogni Altro che supera il Muro e che entra a far parte della comunità seppur come Aiutante, una sorta di schiavitù del futuro, un Difensore dovrà lasciare la vita conosciuta fino a quel momento e verrà lasciato in mare. Si invertiranno i ruoli nel rispetto del controllo demografico esercitato dalle autorità. L’opera di Lanchester si suddivide in tre parti: Il Muro, gli Altri, il Mare. Le prime due più interessanti sotto il profilo psicologico e ricche di spunti di riflessione e la terza che ricalca stancamente le vicende di Costner in Waterworld. Un libro quindi ricco di contenuti, seppur non originale. Il punto debole è costituito dalla forma, dallo stile incolore, dal lessico spesso povero. Sono in una fase della vita in cui all’ardimento giovanile si sostituisce la tendenza al costante brontolìo, alla pignoleria. Un vero rompicoglioni, insomma. Però se alla prima arriccio il naso, alla seconda mi cadono le braccia, alla terza espressione del tipo “la prima cosa che ti colpisce.”, “Questa cosa te la inculcano in tutti i modi”, “Se questa cosa non è stata sufficientemente chiarita”, cado in preda a convulsioni e difficilmente torno sui miei passi ed alla mia integrità mentale. In questo caso la forma ed il lessico in particolare costano alla lettura una stellina e mezza. Altri lettori meno pignoli potrebbero trovare il libro molto più meritevole di attenzione
  • Un giorno senza fine : storie dall'Ucraina in guerra

    Camilli, Annalisa

    • 22/06/2026
      La Camilli è andata in Ucraina a marzo e a maggio, in mezzo alla guerra, per raccogliere le testimonianze della popolazione. Un vero e proprio atto di coraggio, visto che i giornalisti morti in Ucraina, alla data del primo giugno, sono otto. La violenza, il senso di straniamento, gli spostamenti di milioni di persone verso i paesi europei, le distruzioni, sono contenuti sconcertanti, ma, se non siamo proprio giovanissimi, sono cose che ci si aspetta. La Camilli ha il pregio di restare molto aderente ai fatti, a non enfatizzare i racconti, a non entrare nei dettagli morbosi. Racconta in modo piano l’orrore della guerra, in modo molto efficace. Ma non è questo il motivo per cui ho comprato il libro. L’ho preso essenzialmente per gli ultimi due capitoli, Il dibattito avvelenato e Quale pacifismo. La giornalista fa una carrellata delle varie posizioni sul conflitto, ma soprattutto dà voce ad alcuni intellettuali ucraini e segnala le molte anomalie del dibattito occidentale, tutto impegnato a schierarsi da una parte o dall’altra. senza farsi molte domande, tenendo in scarsa considerazione i fatti. Non vengono date facili soluzioni, ma si viene esortati a informarsi e a tenere attivo il pensiero, a non sminuire l’utopia del disarmo, della pace e del dialogo e, al tempo stesso, a tenere conto che gli ucraini stanno combattendo una vera e propria guerra di resistenza e liberazione. A queste conclusioni finali ci si arriva però preparati. Fra una disgrazia e l’altra, la Camilli ci dà una infarinatura sulla storia più o meno recente del paese, delle sue contraddizioni, sulla situazione etnica e sociale delle città che visita. Colpisce il fatto che gran parte della popolazione ucraina abbia molti legami con la Russia; molti ucraini sono rimasti increduli di fronte all’invasione e alcuni lo sono tutt’ora. Se dal punto di vista politico l’Ucraina stava tentando di uscire dall’influenza Russa e al suo imperialismo, dal punto di vista culturale i due popoli si sentono molto vicini. È una cosa che colpisce molto. Per chi avesse fretta o volesse un assaggio dell’opera, segnalo il podcast Da Kiev, sempre della Camilli, dove alcuni capitoli coincidono con alcune puntate. (Oltre che su storielibere.fm lo trovate su spoticoso e altre piattaforme.)
  • La bottega del tempo ritrovato

    Kawaguchi, Toshikazu

    • 22/06/2026
      Trama a dir poco ripetitiva e tanta fatica ad associare i ruoli ai nomi dei personaggi (fra Koku, Kazu, Kei, Azami, Yumiko, Tokita Toki, Tokita Kazu e tanti altri) e perfino a distinguerli fra maschi e femmine! Atmosfera fin troppo sommessa e malinconica nonostante la drammaticità di un paio di racconti; stile ordinario e dialoghi che rispecchiano visibilmente la cultura e l’educazione nipponica. Fenomeno editoriale degli ultimi tempi? Ho molti dubbi in proposito!
  • Il figlio del sottosuolo

    Ismailov, Hamid

    • 22/06/2026
      Il romanzo narra della breve vita del protagonista, un bambino, il "negro-chakasso" Mbobo detto Kirill, a Mosca direi alla fine degli anni Ottanta. Ogni capitolo è diviso in paragrafi intitolati con il nome di una stazione della metropolitana di Mosca, dove in effetti sono ambientate una gran parte delle scene e degli avvenimenti (la nascita stessa di Mbobo, il ripudio da parte del nonno, il lungo peregrinare dopo la morte della madre). La storia è bella e originale, le ambientazioni (oltre alla metropolitana, alcuni quartieri di Mosca, la periferia e la campagna) sono interessanti e ben descritte. Il linguaggio è davvero molto poetico... per i miei gusti pure troppo! Così poetico da rendere, alla fine, decisamente troppo lungo il romanzo e spesso un po' noioso. D'altro canto, però, la poesia potrebbe servire a bilanciare la tristezza di fondo e l'isolamento del povero Mbobo-Kirill.