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I commenti più recenti

  • Il bene sia con voi!

    Grossman, Vasilij Semenovič

    • 22/06/2026
      La scoperta inattesa di un gigante della letteratura crea nella vita di ogni appassionato lettore uno spartiacque fra il tempo in cui egli lo ha ignorato e quello in cui un nuovo nome è entrato prepotentemente nel suo Pantheon personale. Invidio a chi non ha ancora letto Vita e destino il magico momento di una tale scoperta. Se torno indietro di una ventina d’anni, solo due libri oltre a quello di Vasilij Grossman mi hanno offerto questa preziosa sensazione: Suite francese di Irène Nemirovsky e La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer. Ritengo un puro caso che si tratti di tre autori con radici tra gli Ostjuden, peraltro nessuno di essi era praticante. Il primo è sempre rimasto in Russia, la seconda si è formata in Francia, il terzo in America. Chissà che a quasi settant’anni la vita non mi riservi altre straordinarie sorprese come queste. Come lo furono, a suo tempo, la scoperta di Walser, Borges, Gogol’, Joseph Roth, Kafka, Proust, Dostoevskij, Gadda, Maupassant, Thomas Mann, Hemingway, Cervantes, Simenon e qualche altro di cui non mi resta quasi più niente da leggere. Negli stessi decenni che preparavano il suo capolavoro, rimasto a lungo sconosciuto, Vasilij Grossman scrisse anche i nove racconti pubblicati postumi a cura dei suoi eredi e che danno forma a Il bene sia con voi! Sono nel suo stile, quello di chi ha conosciuto come pochi la vera anima russa e come pochi l’ha saputa rendere con immagini ispirate e commoventi. Potrebbero essere spezzoni delle sue opere di più ampio respiro, così come nei grandi romanzi di Grossman si incontrano ogni tanto inattese digressioni che, estrapolate dal contesto, parrebbero racconti autonomi come lo sono questi. In queste storie esce anche l’ebreo Grossman accanto all’uomo Grossman, all’immenso narratore, capace di cogliere in poche parole il senso ultimo dell’esistenza umana, che abbiamo apprezzato nelle opere maggiori. Esce in poche decine di pagine ciò che non era emerso nelle oltre mille che compongono la Dilogia di Stalingrado. Ho sempre avvertito questo pudore in Grossman. In Vita e destino è presente la tragedia della Shoah, c’è lo scienziato ebreo Štrum, c’è sua madre Anna Semenova che muore per mano dei nazisti nel ghetto della sua città ucraina; con questa donna Grossman ha fatto un piccolo, commosso cameo della propria madre che subì la stessa sorte a Berdičev. Tutto però passa in secondo piano rispetto alla tragedia più generale della guerra e del popolo russo che combatte per la propria libertà. Come in molti ebrei assimilati, in Grossman sembra prevalere di volta in volta l’ucraino, il cronista, lo storico, insomma l’uomo sull’ebreo. Ne Il bene sia con voi! questo pudore scompare. Il vecchio maestro (1943) è il resoconto quasi neorealista dell’avanzata nazista nelle campagne russe, in particolare in una cittadina dove il cambio di padrone smaschera vigliacchi ed eroi, traditori e patrioti. Di tutti solo il vecchio maestro Rosenthal mantiene lo stesso umore, la stessa calma e cortesia che tutti gli hanno sempre conosciuto. Potrebbe chiedere all’amico medico un veleno per risparmiarsi l’obbrobrio a cui sta per assistere, un pogrom nazista attuato con scientifica crudeltà, ma alla fine preferisce abbandonarsi al suo destino e partecipare alla tragedia insieme alla gente che ha visto crescere e formato in tanti anni di scuola. La Madonna Sistina (1955) è stato ispirato dalla mostra dei quadri trafugati a Dresda durante l’occupazione sovietica, e restituiti dieci anni dopo alla città sassone non prima di essere esposti a Mosca per novanta giorni. Fra questi c’è il celebre dipinto di Raffaello, la cui bellezza sconvolge Grossman. Si chiede cosa rappresentino quegli sguardi così consapevoli, adulti perfino nel piccolo Gesù. Ripensa a Treblinka, che ha descritto da cronista in un altro celebre libro. A una madre col suo bambino avviata al gas. «La verità di quei visi, l’aveva dipinta Raffaello quattro secoli prima». La Madonna Sistina è la dimostrazione che neanche il nazis
  • La mummia di Lenin

    Mauro, Ezio

    • 22/06/2026
      C’è qualcosa di sconcertante nel modo in cui Ezio Mauro, in La mummia di Lenin, affronta uno dei temi più cupamente simbolici del Novecento: la conservazione del corpo di Lenin come strumento politico, come tempio vivente di una rivoluzione ormai spenta. Un soggetto potente, che avrebbe meritato uno sguardo analitico, lucido, magari sobrio. Invece Mauro imbocca un’altra strada: fin dalle prime pagine si avverte la scelta di uno stile lirico, enfatico, persino solenne; una prosa che sembra voler emulare la sacralità del tema, ma che finisce per sovrastarlo, appesantendolo. Il tono dell’introduzione, così pomposo, sembrava inizialmente confinato a un’apertura retorica, quasi teatrale. Ma poi prosegue, ininterrotto, e accompagna l’intero libro. È una scelta che si può forse comprendere, vista la dimensione simbolica del corpo imbalsamato come “prolungamento” della rivoluzione: eppure il risultato lascia perplessi. La tensione poetica si mangia spesso la sostanza, e quando la sostanza emerge, lo fa senza la lucidità o il rigore che ci si aspetterebbe. La struttura è quella di un lungo reportage narrativo: si parte dalla fine, dal corpo che entra nel mausoleo, per poi risalire alla parabola rivoluzionaria. Mauro adotta il calendario gregoriano senza mai esplicitarlo: scelta lecita, ma che richiede al lettore un attimo di orientamento, dato che la rivoluzione d’Ottobre viene narrata come avvenuta a novembre. Più difficile da giustificare, invece, è l’uso ostinato delle traslitterazioni russe, come Kyev o Odessa, al posto delle forme ucraine Kyiv e Odesa. Nel 2025 non è una semplice svista: è una scelta che pesa. Ci sono poi passaggi che sembrano del tutto scollegati dal tema del libro. Pagine e pagine dedicate a Mosca e San Pietroburgo, descritte con dovizia di dettagli quasi da guida turistica, in un’esaltazione della Russia letteraria che stona profondamente con la violenza storica della realtà sovietica. Addirittura, si arriva a citare Yulij Daniel’, autore dissidente perseguitato dal regime, per esaltare Mosca: un cortocircuito quasi grottesco. Le parole di Lenin sulla violenza rivoluzionaria sono riportate qua e là, senza un vero commento, quasi come se potessero parlare da sole. Nessun tentativo di collocarle in un contesto critico, nessuna riflessione sulla continuità tra il pensiero leninista e la successiva repressione staliniana. Sembra quasi che il libro si ritragga proprio là dove dovrebbe affondare lo sguardo. Qualche parte più convincente c’è. Quando si affronta la lotta per la successione, l’analisi si fa più solida. Trotsky, Stalin, l’ombra di Lenin sempre presente e sempre più svuotata, mentre Stalin si insinua come segretario generale del Comitato centrale del PCUS e ne modella la carica per trasformarla in potere assoluto. Qui il tono si fa meno enfatico, la narrazione prende respiro, e finalmente si intravede un intento più preciso. L’ultima parte è senz’altro la più riuscita. La costruzione del mausoleo, lo sforzo scientifico e simbolico per conservare il corpo, la progressiva eliminazione fisica e politica di tutti i presenti al funerale, tranne uno: Stalin. L’immortalità del corpo serve la legittimazione del nuovo leader. È in quelle pagine che il titolo trova finalmente il suo pieno senso. Peccato che ci si arrivi solo alla fine. Il percorso per arrivarci è faticoso, e più volte frustrante. La mummia di Lenin è un libro che sembra voler evocare una grandezza ormai perduta, più che interrogare davvero la sua eredità. Ma in un tema che richiederebbe uno sguardo critico – storico e morale – Mauro preferisce costruire una liturgia. E resta il dubbio che, nel farlo, abbia finito per smarrire la sostanza della vicenda.
  • L'avvocato del diavolo : racconto dell'orrore

    Akunin, Boris

    • 22/06/2026
      Non si tratta di un'opera letteraria, ma di una satira politica (o fantapolitica) la quale mette in luce sia le condizioni della Russia attuale sia le fragilità delle democrazie. E lo fa suscitando un riso amaro e dando ulteriore corpo alla nostra inquietudine di persone quasi impotenti di fronte alla storia che si avvita su se stessa come un ciclo disperato da cui non vi è modo di uscire. Boris Akunin è uno scrittore dissidente, mi par di capire che ora viva in Spagna, lontano dal paese amato, nell'impossibilità di vedere gli amici e di camminare per le strade che l'hanno visto crescere. Parecchi anni fa, lessi i suoi romanzi il cui protagonista Fandorin rallegrava spensieratamente i miei giorni. Ora lo scrittore si presenta con un racconto breve rispetto a quelli cui mi aveva abituata e quanto mai duro. All'inizio del libro, Paolo Nori gli dedica una presentazione importante lasciando da parte quasi tutti i riferimenti a se stesso e commentando un'intervista molto lucida rilasciata a Dud' e reperibile anche su youtu.be. Qui Boris Akunin fa un ritratto di Vladimir Putin con brevi tratti illuminanti: quando un grande paese è in mano a una persona per troppo tempo, quella persona perde il contatto con la realtà, è troppo lontano, guarda da un'altezza eccessiva tutti questi moscerini, si fa un'idea del mondo tutta sua, si immagina, grazie anche a quelli che lo circondano, prima di tutto di essere infallibile e di sapere, meglio di chiunque altro, cosa bisogna fare, e anche di essere l'unto di Dio, e perciò di poter vedere più lontano, meglio di tutti. Boris Akunin contesta all'Occidente di non aver aiutato a sufficienza l'Ucraina: se la vita in questo paese fosse stata più ricca e più sensata di quella russa, in Russia non ci sarebbe la dittatura di Putin. Nel suo racconto distopico, il Leader Nazionale è colpito da un ictus mentre conciona in diretta. La nazione è sconvolta, si indicono elezioni finalmente libere e, fra i due candidati favoriti, vince colui che sembrava in minoranza. Nel frattempo, lo scrittore dissidente Boris Turgenčikov (si notino le allusioni del nome; molte altre se ne troveranno) torna finalmente in Russia. Qui è subito contattato dall'attivista per i diritti umani Vita Solceva. La donna lo forza ad assumere la difesa del vicepremier Chomjačenko, cui i russi attribuiscono tutti i mali del regime, un uomo che ha perseguitato duramente proprio lo scrittore. I dialoghi condotti in cella con Chomjačenko sono tanto esilaranti quanto rivelatori di come un dittatore consideri il proprio potere a confronto con la democrazia. Il racconto continua ed è evidente come ripercorra la lezione di Orvell ne La fattoria degli animali. Ci sono parecchie note a piè di pagina, indispensabili per orientarsi nei personaggi i cui nomi richiamano altre persone più o meno famose e in certi avvenimenti accaduti in Russia di cui non tutti possono avere memoria. La storia descrive il mondo della politica, compresa quella internazionale, in mano a degli stupidi spinti da una corte di giullari. La Russia di oggi - risponde il nuovo Primo Ministro al leader britannico - è come una nave corsara i cui alberi sono stati abbattuti, i cannoni rovesciati e l'equipaggio demoralizzato. (...) Ma sulla nave c'è una santabarbara piena di barili imbottiti di polvere. E lì si è chiuso il suo capitano. Nelle sue mani c'è una fiaccola. Chi ha orecchie per intendere intenda. Per gli altri, nel libro ci sono anche i disegnini.
  • Bebelplatz : La notte dei libri bruciati

    Stassi, Fabio

    • 22/06/2026
      Scrittore letterato che scrive (benissimo) di letteratura, Fabio Stassi ci regala un libro molto bello che è anche un omaggio alla letteratura di viaggio, nelle sue digressioni, oltre che un percorso a ritroso nel tempo alla ricerca dei blasfemi roghi di libri che frequentemente la storia purtroppo ha dovuto registrare. Ma il punto di riferimento principale è proprio Bebelplatz, il luogo dove partì la sciagurata distruzione delle opere ritenute contrarie allo spirito del nazismo. L’autore rintraccia anche l’Atlante delle città non solo tedesche dove questo empio sacrificio fu compiuto. Soprattutto Stassi è incuriosito dal bizzarro elenco degli autori italiani messi all’indice: Pietro l’Aretino,Giuseppe Borgese, Salgari, Ignazio Silone, Maria Volpi… E disegna splendidamente il profilo di questi scrittori, spiegando le ragioni che avevano meritato, nel barbaro giudizio, il rogo dei loro scritti. Ma la chiave di questo bellissimo saggio narrativo è certamente la confutazione rispettosa della celebre affermazione di Elsa Morante, secondo la quale “uno scrittore è un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura”. Anche la letteratura accade, per certi versi, secondo il nostro autore. E può quindi essere tra gli oggetti eterni della scrittura.
  • Socrate, Agata e il futuro : l'arte di invecchiare con filosofia

    Severgnini, Beppe

    • 22/06/2026
      Severgnini è un coacervo di buon senso e serenità, difficile da credere facile da invidiare. Aver sentito dalla sua viva voce leggere queste pillole di saggezza a buon mercato andando a lavoro probabilmente è stato un buon viatico per affrontare con una migliore predisposizione i travagli dei nostri microcosmi tormentati di uomini medi. E' un libro che ti spinge a segnare ed impegnarsi in mille buoni propositi che puntualmente non rispetteremo e a crogiolarsi nei ricordi di cose di una generazione che va scomparendo, come la mia sterminata collezione di musicassette registrate dalla radio (raisteronotte) su tutte stipate nella mia cantina. Diciamo che è un'opera che serve a fare stretching per quello che i religiosi induisti chiamano la stagione del congedo a cui purtroppo, per quanto possiamo impegnarci con tutte le nostre forze, non saremmo mai pronti. Ed alla fine ti verrebbe da dire all'autore se fosse un tuo amico "ma cazzo possibile che tu sia sempre così equilibrato e sereno?"
    • 21/06/2026
      Sono una anziana che fortunatamente non cerca di camuffarsi, non tingo i capelli, mi vesto sobriamente, colori neutri forse noiosi ma mi sento bene così. Avevo aspettative su questo libro ma alla fine troppe parole, sarà anche questa insofferenza alle lungaggini un segno dell'età? Me ne farò una ragione
  • Il muro

    Lanchester, John

    • 22/06/2026
      Non sono amante di libri che ci prospettano un futuro apocalittico e nel corso degli anni mi sono limitato alla lettura delle sole pietre miliari, apprezzandole: "1984" e "fahrenheit 451". De "il muro" del britannico John Lanchester avevo letto qualche commento positivo e carpito la presenza di contenuti interessanti, di livello. Il libro non delude le aspettative, se non nella forma. Vi troviamo, in forma poco alterata, le più grandi paure del nostro tempo: l'allarme ambientale, la fobia per l'immigrato o comunque per il diverso con la conseguente strenua difesa dei propri confini; vi troviamo il conflitto generazionale, il cinismo della nostra epoca, la perdita di affettività e di momenti d'intimità Il Cambiamento è la linea di confine tra il vecchio mondo, quale noi conosciamo oggi, e il nuovo mondo dove, presumibilmente a causa di lenti ed inesorabili mutamenti climatici, il livello delle acque è cresciuto enormemente, le spiagge sono un lontano ricordo e restano poche terre emerse ed ospitali, seppur con gravi limitazioni in fatto di mobilità e approvvigionamento di risorse alimentari. La Gran Bretagna è tra queste e i suoi confini sono difesi dal "muro", un'imponente fortificazione costruita lungo tutto il perimetro costiero. Muro che già oggi, gli sceriffi dell'ordine mondiale erigono a difesa della propria presunta civiltà ed in barba all'immutabilità della storia che dalla comparsa dell'homo sapiens vede i popoli migrare in cerca di migliori condizioni di vita e, più spesso, per mero spirito di sopravvivenza. A presidio del Muro sono chiamati i Difensori, primi baluardi senza gloria della civiltà. I Difensori passeranno sul Muro due anni di servizio, spesso in condizioni climatiche estreme, col freddo di tipo 2 nelle ossa e nel cuore. Non sono ammesse relazioni sentimentali di alcun tipo se non da Figliatori, persone il cui ruolo è quello di “figliare”, ovvero produrre una nuova generazione di Difensori. La passione sessuale e l’amore per la nuova vita ridotte a processo meccanico che consente ai Difensori di affrancarsi da alcuni gravosi compiti sul Muro e vivere un’ipotesi di normalità. E’ un libro dai toni cupi, pervaso da angoscia, dalla paura di affrontare e magari soccombere ad un attacco degli Altri, gli abitanti del mare, gli esclusi senza nazionalità, senza identità, semplicemente gli Altri. La paura di quel perverso meccanismo secondo il quale per ogni Altro che supera il Muro e che entra a far parte della comunità seppur come Aiutante, una sorta di schiavitù del futuro, un Difensore dovrà lasciare la vita conosciuta fino a quel momento e verrà lasciato in mare. Si invertiranno i ruoli nel rispetto del controllo demografico esercitato dalle autorità. L’opera di Lanchester si suddivide in tre parti: Il Muro, gli Altri, il Mare. Le prime due più interessanti sotto il profilo psicologico e ricche di spunti di riflessione e la terza che ricalca stancamente le vicende di Costner in Waterworld. Un libro quindi ricco di contenuti, seppur non originale. Il punto debole è costituito dalla forma, dallo stile incolore, dal lessico spesso povero. Sono in una fase della vita in cui all’ardimento giovanile si sostituisce la tendenza al costante brontolìo, alla pignoleria. Un vero rompicoglioni, insomma. Però se alla prima arriccio il naso, alla seconda mi cadono le braccia, alla terza espressione del tipo “la prima cosa che ti colpisce.”, “Questa cosa te la inculcano in tutti i modi”, “Se questa cosa non è stata sufficientemente chiarita”, cado in preda a convulsioni e difficilmente torno sui miei passi ed alla mia integrità mentale. In questo caso la forma ed il lessico in particolare costano alla lettura una stellina e mezza. Altri lettori meno pignoli potrebbero trovare il libro molto più meritevole di attenzione
  • Un giorno senza fine : storie dall'Ucraina in guerra

    Camilli, Annalisa

    • 22/06/2026
      La Camilli è andata in Ucraina a marzo e a maggio, in mezzo alla guerra, per raccogliere le testimonianze della popolazione. Un vero e proprio atto di coraggio, visto che i giornalisti morti in Ucraina, alla data del primo giugno, sono otto. La violenza, il senso di straniamento, gli spostamenti di milioni di persone verso i paesi europei, le distruzioni, sono contenuti sconcertanti, ma, se non siamo proprio giovanissimi, sono cose che ci si aspetta. La Camilli ha il pregio di restare molto aderente ai fatti, a non enfatizzare i racconti, a non entrare nei dettagli morbosi. Racconta in modo piano l’orrore della guerra, in modo molto efficace. Ma non è questo il motivo per cui ho comprato il libro. L’ho preso essenzialmente per gli ultimi due capitoli, Il dibattito avvelenato e Quale pacifismo. La giornalista fa una carrellata delle varie posizioni sul conflitto, ma soprattutto dà voce ad alcuni intellettuali ucraini e segnala le molte anomalie del dibattito occidentale, tutto impegnato a schierarsi da una parte o dall’altra. senza farsi molte domande, tenendo in scarsa considerazione i fatti. Non vengono date facili soluzioni, ma si viene esortati a informarsi e a tenere attivo il pensiero, a non sminuire l’utopia del disarmo, della pace e del dialogo e, al tempo stesso, a tenere conto che gli ucraini stanno combattendo una vera e propria guerra di resistenza e liberazione. A queste conclusioni finali ci si arriva però preparati. Fra una disgrazia e l’altra, la Camilli ci dà una infarinatura sulla storia più o meno recente del paese, delle sue contraddizioni, sulla situazione etnica e sociale delle città che visita. Colpisce il fatto che gran parte della popolazione ucraina abbia molti legami con la Russia; molti ucraini sono rimasti increduli di fronte all’invasione e alcuni lo sono tutt’ora. Se dal punto di vista politico l’Ucraina stava tentando di uscire dall’influenza Russa e al suo imperialismo, dal punto di vista culturale i due popoli si sentono molto vicini. È una cosa che colpisce molto. Per chi avesse fretta o volesse un assaggio dell’opera, segnalo il podcast Da Kiev, sempre della Camilli, dove alcuni capitoli coincidono con alcune puntate. (Oltre che su storielibere.fm lo trovate su spoticoso e altre piattaforme.)
  • La bottega del tempo ritrovato

    Kawaguchi, Toshikazu

    • 22/06/2026
      Trama a dir poco ripetitiva e tanta fatica ad associare i ruoli ai nomi dei personaggi (fra Koku, Kazu, Kei, Azami, Yumiko, Tokita Toki, Tokita Kazu e tanti altri) e perfino a distinguerli fra maschi e femmine! Atmosfera fin troppo sommessa e malinconica nonostante la drammaticità di un paio di racconti; stile ordinario e dialoghi che rispecchiano visibilmente la cultura e l’educazione nipponica. Fenomeno editoriale degli ultimi tempi? Ho molti dubbi in proposito!
  • Il figlio del sottosuolo

    Ismailov, Hamid

    • 22/06/2026
      Il romanzo narra della breve vita del protagonista, un bambino, il "negro-chakasso" Mbobo detto Kirill, a Mosca direi alla fine degli anni Ottanta. Ogni capitolo è diviso in paragrafi intitolati con il nome di una stazione della metropolitana di Mosca, dove in effetti sono ambientate una gran parte delle scene e degli avvenimenti (la nascita stessa di Mbobo, il ripudio da parte del nonno, il lungo peregrinare dopo la morte della madre). La storia è bella e originale, le ambientazioni (oltre alla metropolitana, alcuni quartieri di Mosca, la periferia e la campagna) sono interessanti e ben descritte. Il linguaggio è davvero molto poetico... per i miei gusti pure troppo! Così poetico da rendere, alla fine, decisamente troppo lungo il romanzo e spesso un po' noioso. D'altro canto, però, la poesia potrebbe servire a bilanciare la tristezza di fondo e l'isolamento del povero Mbobo-Kirill.
  • Il partigiano Johnny

    Fenoglio, Beppe

    • 22/06/2026
      Nel dopoguerra proliferarono numerosi testi che riportavano l'esperienza resistenziale o, in genere, le vicende legate alla guerra appena conclusa. La stampa clandestina, ancora in conflitto in corso, aveva svolto una propaganda obbligata descrivendo un presente di sacrificio e lotta, per un futuro di libertà, all'interno di una drammatica situazione dove gli italiani buoni erano i partigiani e quelli cattivi i fascisti. Per molto tempo quindi non si riuscì a raccontare della guerra per quello che era...un linguaggio ed una memoria celebrativa toglievano concretezza e realtà alla catastrofe che fu l'esperienza dell'Italia nel secondo conflitto mondiale. Beppe Fenoglio fu qualcosa di diverso e il"Partigiano Johnny", sebbene postumo e incompleto, ha quella figura dello "strano soldato", solitario, osservatore, costretto alla brutalità della guerriglia, ma mai dimentico dei brani tratti dai suoi cari libri di autori inglesi, non si lascia suggestionare da facili entusiasmi ideologici ma anzi, proprio quando le atmosfere si fanno ottimistiche, lui si apparta e osserva l'imprevedibile maschera dell'essere umano. Johnny quindi, spesso si volta e se ne va, guidato da una fedeltà a dei valori che non fanno parte dello squallore della guerra. Polemico nei confronti dei comandi, non dimentico di quei duecento che si fermarono a difendere Alba nel fuggi fuggi generale, al mugnaio che gli dice di imboscarsi perchè la situazione è al limite, lui risponde della sua scelta improrogabile:"Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo, e questa sarebbe una maniera di dir di sì". Incompiuto,questo romanzo non è di facile lettura, per uno stile a volte ostico e certi brani in inglese che rappresentano comunque uno dei lavori più originali e suggestivi di quel periodo, tanto che"non esiste"come opera vera e propria ma come ricostruzione filologica unendo due diverse stesure, con lacune e vuoti inevitabili. Eppure la presenza dell'autore e della sua forza tanto immaginifica quanto concreta si ripresenterà con lavori ugualmente forti di quella genuinità stilistica che solo lui, in questi casi poteva regalare. La resistenza di Fenoglio non presentava la consueta differenza manichea tra i buoni e i cattivi, perchè se certo i fascisti e i loro alleati offrivano un modello di violenza estremo, anche tra alcuni gruppi di partigiani continuava a serpeggiare mediocrità e leggerezza, se non malevolenza e irresponsabilità. In questo senso fu una grande occasione perduta, e tale interpretazione di Fenoglio, è descritta nel sacrificio dei compagni morti, nell'inutilità, visti gli esiti negativi, per un progresso civile e morale del paese. Johnny uno di poche parole"un altro uccello in quello stormo, che continua a volare"....
  • La terra inumana

    Czapski, Józef

    • 22/06/2026
      Josef Czapski, pittore e scrittore polacco, militare ma pacifista (si fece assegnare a compiti non operativi sul campo), arruolatosi al momento dell'invasione tedesca del settembre del 1939 viene catturato dai sovietici (che pochi giorni dopo invasero a loro volta la Polonia come previsto dal trattato Molotv-Ribbentrop) e deportato assieme a migliaia di altri ufficiali e soldati e a circa un milione mezzo di civili. Sopravvisse al gulag, con pochi altri compagni, e venne "amnistiato" dopo l'invasione dell'Unione Sovietica da parte dei tedeschi, che ribaltò le alleanze. Il libro narra delle sue esperienze a partire dal momento in cui si unì, dopo una marcia micidiale, alla nuova armata polacca che avrebbe dovuto combattere contro i tedeschi, ma che i sovietici erano assai riluttanti ad armare, ed anche a rifornire di cibo, medicinali e locali minimamente adeguati. Czapski viene qui incaricato di ricevere dai polacchi affamati, malati e vestiti di stracci che a poco a poco affluiscono dai gulag più estremi dell'immenso territorio russo, notizie sulla loro prigionia e sulla sorte di migliaia di ufficiali di cui non si sa nulla. Soltanto nel 1943 si apprenderà che circa 4.000 di loro erano stati sterminati dai sovietici e sepolti nelle fosse di Katyn (e soltanto dopo la caduta dell'URSS si troveranno le prove degli ordini di Stalin in proposito). Degli altri scomparsi si ignorerà per sempre la sorte. Le sue ricerche, svolte anche presso il comando generale del sistema dei gulag e dal vice di Berja, capo del KGB, non portano ovviamente a nulla. Però gli consentono, da osservatore in qualche modo privilegiato, di acquisire notizie preziose e di prima mano sui crimini che si perpetravano nell'universo concentrazionario sovietico, e anche di interloquire con funzionari, militari, scrittori (come Anna Achmatova, che conoscerà in Uzbekistan) e cittadini comuni sovietici con i quali, dopo le inziali diffidenze, trova sempre il modo di instaurare un dialogo. E proprio la sua formazione pittorica gli consente di tratteggiare vividi ritratti di vittime della repressione, come quelli della moscovita che nasconde una piccola croce ortodossa e gli parla sottovoce di una suora deportata, del funzionario della polizia politica preoccupato di censurare, censurare sempre (i contatti tra i russi e i polacchi sono pericolosi, perché i secondi sono abituati a parlare liberamente dei loro capi, e perché l'embrione del loro esercito è caratterizzato da un cameratismo che prescinde dalle origini dei singoli e dal ruolo ricoperto, a differenza della gerarchica Armata rossa), del ragazzo deportato a Leningrado che suona Chopin per i soldati, del declamatore notturno di poesie polacche, e così via, fino alla finale liberazione con il trasferimento in Iran (l'armata polacca contribuirà in seguito alla liberazione dell'Italia, combattendo a Montecassino). Un libro dolente, ricco, prezioso, rigoroso e appassionato, di estremo valore documentale ma anche morale e letterario, che, pubblicato in francese nel 1949, trova solo nel 2023 la prima traduzione in italiano. Curioso, o forse no.
  • Le verità spezzate : un cold case degli anni Quaranta

    Robecchi, Alessandro <1960- >

    • 22/06/2026
      Questo romanzo di Robecchi, è una lettura di genere particolarmente intrigante. Un libro che getta l’occhio al passato, indagando su uno scrittore di genere di cui racconta ogni particolare e caratteristica. Il panorama del giallo italiano degli anni Trenta è reso con grande minuzia e tramite una narrazione frutto di studio e di ricerca. Accanto scorre il racconto di un’investigazione dei giorni nostri ricca di colpi di scena, molto curiosa e avvincente.
  • Salmo 44

    Kiš, Danilo

    • 22/06/2026
      La letteratura novecentesca non è quasi mai "prodotto", ed è questa la ragione per cui negli ultimi anni ho sacrificato una parte della conoscenza della narrativa contemporanea per colmare lacune del recente passato. La lettura di un libro come Salmo 44 richiede attenzione, predisposizione, voglia e concentrazione tripla rispetto a quella richiesta da un best seller (o anche da un memoir) di oggi. In compenso, ripaga molto meglio, di solito. E' il caso di questo breve ma intenso romanzo di Kis, in cui l'orrore di Birkenau e della sperimentazione perversa sulle persone vive di Mengele è mitigato dalla vita nascente di un bambino nel lager, dalla speranza di fuga, da un sogno d'amore che sembra potersi realizzare. Il valore di quest'opera non è solo "civile" o storico, ma è essenzialmente letterario: lo stile di Kis risplende come quello di Nabokov, le raffinatissime sinestesie concretizzano la scrittura, la densificano, facendone cosa unica con i contenuti narrati. La tensione drammatica non è attenuata dal racconto del passato della vita della protagonista Maria che interrompe talvolta il filone principale della narrazione. E' il romanzo della gioventù di Kis, ma è già opera matura, molto meritevole di essere conosciuta.
  • Da solo

    Amadei, Novita

    • 22/06/2026
      Raggiungere la terra dei vivi, è questo l’obbiettivo di una mamma ucraina per suo figlio, ha 10 anni e lo mette da solo su un treno per la Slovacchia, un azione disperata per salvarlo, perché la guerra ora fa sul serio, perché i russi si stanno avvicinando. Novita Amadei è una giornalista che lavora come consulente nel campo dell’asilo politico e delle migrazioni internazionali, si è imbattuta in questa storia e ne ha tratto un libro per indagare l’animo delle famiglie e soprattutto delle madri che hanno avuto la vita sconvolta da anni di guerra. Si, perché la guerra non è solo quella scoppiata dalla recente invasione russa, ma anche quella dei 10 anni di stillicidio, la stessa età di Jarek, la guerra che traspare dai giochi con gli amici, dai loro dialoghi fatti di assalti, agguati, trincee e da un unico desiderio, possedere una Beretta. La storia di Hanna, mamma di Jarek, è la stessa di tante donne ucraine, emigrate in Italia lasciando i figli piccoli a casa con le nonne e spesso un marito alcolizzato. Hanna riflette sul senso della maternità che per lei è stata un susseguirsi di abbandoni ai quali non si è mai abituata, dal separarsi dal figlio nel momento della nascita, alla partenza per l’Italia per lavoro, ora è vedova ed è la guerra a separarla da lui e pensa a “quanto inutile è stato partire, piangere e spaccarsi la schiena”, credo sia lo stesso pensiero di tanti immigrati che non hanno trovato all’estero la svolta che cercavano nella vita. I protagonisti, Jarek il bimbo, Hanna la madre e Olena la suocera disabile, ad ogni capitolo si alternano raccontando in prima persona la storia dal loro punto di vista. Scritto bene ma senza momenti indimenticabili.
  • Il suicidio di Israele

    Foa, Anna <1944- >

    • 22/06/2026
      Questo è un libro veramente interessante e utile per approfondire la questione israelo-palestinese, fino a paventare la conseguenza estrema che dà il titolo al volume. È un testo diviso in due e la prima parte è una lunga premessa storica dal ’48 ad oggi, necessaria, anche se inevitabilmente sommaria, all’attualità travolgente che si sta vivendo dal 7 ottobre 2024 ad oggi e, soprattutto a quanto Anna Foa sostiene come unica possibilità per sottrarre Israele ad un destino infausto. La storia del sionismo secondo Foa passa da varie tappe, fra cui il contributo dell’immigrazione dall’est Europa dopo il crollo dei regimi comunisti che ha supportato la componente oltranzista. Per intenderci, quella rappresentata nell’attuale governo dai ministri dell’ultradestra Ben Gvir e Smotrich, orientati verso l’espulsione definitiva della popolazione palestinese e, addirittura stimolati dalla costruzione del Terzo Tempio a Gerusalemme nello spazio occupato dalle moschee. Questo estremismo è stato anche responsabile della concentrazione delle truppe a tutelare gli insediamenti illegali nella West Bank (Cisgiordania), finendo per indebolire la presenza militare sul confine di Gaza in occasione della strage del 7 ottobre. Per Foa l’unico obiettivo di Israele dopo la tragedia della strage non poteva che essere la liberazione degli ostaggi, non la distruzione di Gaza, a cui peraltro molti giovani israeliani hanno nel tempo cercato di sottrarsi, preferendo il carcere al servizio militare, per cui sostiene: “…uno Stato che si proclama a gran voce democratico, l’unica democrazia del Medio Oriente, ma che non esita a colpire vecchi e bambini per uccidere un solo capo di Hamas. Un capo che sarà sostituito da un altro dopo pochi giorni” Questo mi pare un punto fondamentale, la violenza indiscriminata non può essere la soluzione, non solo per motivi etici, ma anche utilitaristici perché la violenza della politica di Israele di oggi può avere solo due sbocchi. Da una parte, l’aumento di un antisemitismo mai realmente morto ed il conseguente isolamento di Israele, dall’altra parte la violenza non può che creare altra violenza, la morte di un palestinese non può che creare nuovi combattenti votati alla vendetta, in una lotta di ferocia reciproca destinata a non finire mai fino all’estinzione non dei più deboli, ma dei meno numerosi. Quindi esiste una risposta? Forse no, ma esiste una speranza che è tutta sulle spalle degli israeliani e degli intellettuali ebrei come la Foa: “Non è ormai giunto il momento di guardare a costruire una società civile democratica, di cittadini liberi e uguali nelle loro diversità? E come può uno Stato ebraico, necessariamente fondato sulla supremazia degli ebrei sugli altri cittadini, garantirla?