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I commenti più recenti

  • Ciulla, il grande malfattore

    Fo, Dario

    • 02/05/2026 Non solo falsario
      Un bel libro di cronaca e documentato, sulla vita da falsario del siciliano Paolo Ciulla, vissuto tra l’800 e il ‘900. Si considerava un grande artista, prima di tutto, e la sua iniziale attività di fotografo e incisore si trasforma poi nella clandestina occupazione di falsario di banconote italiane. Viene descritta la vita, che di fatto, non lo premia, come lui si aspettava, per le sue fantastiche doti artistiche. Emigra all’estero, gli vengono anche sottratti dei titoli di studio che gli permetterebbero di insegnare materie artistiche, viene rinchiuso in un manicomio… Diventa anche il falsario benefattore che elargisce ai più deboli banconote da 500 lire perfettamente riprodotto, viene tradito e abbandonato dagli “amici” che ne hanno sfruttato le grandi doti, ma lo ritengono inutile nel momento in cui quasi perde totalmente la vista per l’abituale uso di acidi.E’ interessante la storia, ma è ancora più interessante il periodo storico nel quale avviene l’intera vicenda. Gli scandali politici, la guerra del pane, i latifondi e lo scandalo della Banca Romana, il grande analfabetismo… Un insieme di avvenimenti che hanno segnato i primi anni dell’unità d’Italia e che fanno da contorno a questa storia poco conosciuta.
  • Omicidio sul Danubio : Il terzo caso di Ernestine e Anton

    Maly, Beate

    • 02/05/2026
      Daniela Bertoglio
      Quando per tre volte di seguito qualcuno ti regala dei biglietti per uno spettacolo teatrale, un fine settimana in un posto isolato, o una crociera di un paio di giorni sul Danubio, e ogni volta questi bei momenti sono funestati da una serie delitti, una persona di buon senso dovrebbe evitare di accettare altri regali, ma sono certa che anche nel quarto romanzo della serie Ernestine accetterà senza problemi il dono dei Rosenstein, senza pensare siano dei menagramo di primissimo ordine, perché la formula della serie è quella. E' un romanzo giallo semplice, ambientato nella Vienna di un secolo fa, pochi anni dopo la fine della prima guerra mondiale, e la conseguente fine dell'impero austro-ungarico. Rispetto al secondo libro della serie, mi è sembrato che in questo l'autrice abbia approfondito meglio il carattere dei personaggi, anche se Ernestine arriva alla soluzione mediante indizi davvero labili. E' comunque un libro perfetto per una lettura sotto l'ombrellone.
  • Bloody Sunday [Videoregistrazione]

    • 02/05/2026
      Film necessario
      Vincitore dell'Orso d'oro a Berlino, il film narra la tragica domenica di sangue che sconvolse Derry nell'Ulster nel 1972. Girato parzialmente in presa diretta, cinepresa in spalla, permette di partecipare in prima persona agli eventi, cogliendone la tragicità ed evidenziando l'ambiguità delle scelte dei protagonisti. Non è un film che invita al pietismo, piuttosto aiuta a comprendere la rabbia e la frustrazione che sottende le relazioni tra le varie fazioni, nonché il disorientamento delle forze dell'ordine, che intervengono in maniera brutale, scomposta e irrazionale. Consiglio la visione, un film che resta impresso per misura e lucidità, interpreti, fotografia e suono di alto livello.
  • Un giorno, tre autunni

    Liu Zhenyun

    • 02/05/2026
      "Un giorno, tre autunni" è un libro molto particolare. Dal punto di vista narrativo, la storia è piuttosto articolata, inizialmente ruota intorno a tre personaggi e ai loro legami, per poi concentrarsi su Minliang e sulle molteplici vicissitudini che attraversa, fin dall'infanzia. E' il racconto non solo della sua vita, ma la storia di un territorio - almeno per me - sconosciuto, delle sue tradizioni e del rapporto con il mondo soprannaturale, che rappresenta il filo rosso di tutta la narrazione. Particolarmente apprezzabile la scrittura lineare e lo stile molto "cinese", con un lessico esplicito (l'uso del "tu" anche nei dialoghi apparentemente più formali), la descrizione di relazioni fin troppo schiette, con scambi diretti e sarcastici. La descrizione delle tradizioni, che sopravvivono integre nel tempo, e dello stile di vita delle comunità rurali sono di grande interesse, offrendo un racconto, di quella realtà, autentico e distinto dalla concezione generalista della Cina moderna. Di particolare pregio la capacità evocativa in relazione ai cinque sensi, che sono accuratamente stimolati (ho, più volte, desiderato di mangiare uno zampetto di maiale!). Una narrazione piacevole, densa, significante: consiglio la lettura.
  • Il Moro della cima

    Malaguti, Paolo <1978- >

    • 01/05/2026
      Daniela Bertoglio
      E' la biografia romanzata di un uomo nato nel 1866 alle pendici del monte Grappa, una montagna di cui si innamora sin da bambino, e, rinnegando le tradizioni familiari, diventa prima malgaro negli alpeggi e poi guida alpina e gestore del primo rifugio in cima alla montagna. Montagna femminile, "la Grappa" e poi, durante la prima guerra mondiale, trasformata in campo di battaglia e tomba per tantissimi soldati, italiani ed austriaci, cambia sesso e diventa "il Grappa", perché ha perso i pascoli, i boschi e tutto quello che era di nutrimento per i paesi alle sue pendici. Attraverso le vicende di Agostino Faccin, detto il Moro, Paolo Malaguti racconta la storia di quel territorio, con la grazia, l'ironia e la delicatezza che sono caratteristiche del suo stile di scrittura. Segnalo l'audiolibro, magistralmente letto da Fabrizio Rocchi.
  • L'evento

    Ernaux, Annie

    • 01/05/2026
      la bellezza della scrittura, la Ernaux ha una mano magica e scrive un libro potente che colpisce come un cazzotto allo stomaco. Un evento che una donna non dovrebbe vivere, l'aborto. Un premio Nobel veramente meritato.
  • Sono puri i loro sogni : lettera a noi genitori sulla scuola

    Bussola, Matteo

    • 01/05/2026 Le paure dei genitori
      Sono delle considerazioni realistiche quelle dell’autore, sulle perplessità dei genitori, sui timori nell’educazione dei figli, sulla scuola, sul rapporto tra genitori e insegnanti…L’autore è a volte ironico, a volte malinconico nei ricordi, ma sempre oggettivo nel descrivere avvenimenti ed episodi che accomunano la vita di noi genitori: le chat di classe, le critiche al sistema scolastico, il paragone con l’infanzia di un tempo, quando i bambini avevano la possibilità di annoiarsi senza che sembrasse “tempo perso”. Ma quale è la realtà, cosa offriamo ai figli: forse quello che non abbiamo avuto, ma dovendo sempre guardare alla loro indipendenza, a svilupparne capacità decisionali e di autonomia che ci pare arduo concedere. Forse è questo l’obiettivo per lasciarli crescere, lasciando anche alla scuola il proprio compito, educativo e di istruzione.Un libro che non delude, da leggere.
  • Godard : fino all'ultimo respiro

    Perniola, Ivelise

    • 01/05/2026
      Scrivere un commento...
      ...su questo film equivale ad un esame, anatomia, fisica o chimica organica, all'università. Tanto è grande la differenza e tanto è difficile da cogliere. Chi si accorge, durante la visione, della mancanza d'inquadrature da postazioni fisse ? Chi percepisce la scheletricità dei dialoghi, delle scene. Dei fatti. Tutto appare slegato. Qualcuno l'ha chiamata "sceneggiatura esile". In realtà non esiste. Esiste una storia da raccontare vero. Esiste quindi una sequenza di fatti. Che possono, anche, essere visti separatamente. Funzionano. E quindi non accorgendosi delle storiche novità noi vediamo il film e lo comprendiamo. Non accorgendosi subito della sua grandezza. Che però ci appare sempre meno confusa dalla mattina dopo. Un nuovo modo di raccontare. Una nuova onda che va a spazzare un mare troppo fermo da troppo tempo.
  • Gli occhi dell'eterno fratello

    Zweig, Stefan

    • 01/05/2026
      Piccolo racconto che include tante sfaccettature umane. Forse troppo filosofico orientalista, ma sicuramente interessante.
  • La sonnambula

    Pitzorno, Bianca

    • 01/05/2026
      Samuela Santificetur Deludente rispetto alle aspettative
      Forse le mie aspettative erano troppo alte, ma questo libro mi ha un po' delusa. Interessanti alcuni spunti storici e la scrittura dell'autrice è sempre lineare. Tuttavia la storia risulta a tratti noiosa, l'abbondanza di personaggi la rende a volte confusa e la conclusione da favola sembra quasi frettolosa.
  • I convitati di pietra

    Mari, Michele <1955- >

    • 30/04/2026
      Daniela Bertoglio
      E' un romanzo scritto bene, un noir grottesco dalla trama sicuramente originale, ma debole secondo me, perché mi sembra davvero inverosimile che una classe intera di studenti continui a vedersi regolarmente, ogni anno, e tutti continuino a versare regolarmente una somma, definita "non alta ma nemmeno irrisoria" in un fondo destinato ai soli tre che, dopo una settantina e passa di anni, riusciranno a sopravvivere agli altri 27. Un gioco assurdo, dalla durata lunghissima, che parte nel 1975, un anno dopo la maturità, e va avanti fino al 2053. Una lotteria bizzarra quanto mostruosa, che riesce a tirare fuori il peggio dalla maggior parte degli ex studenti, che invecchiano progettando le altrui morti, e, in qualche caso, mettendole anche in pratica. Michele Mari ha il dono della scrittura, ma personalmente ho trovato sgradevole l'uso dell'articolo davanti al cognome delle protagoniste femminili, avrei preferito l'utilizzo del nome proprio per chiarire il sesso del personaggio.
    • 18/04/2026
      Giorgio Grasso Una scommessa riuscita
      Il tempo passa per tutti, ma per i 30 ex studenti di questo romanzo sembra passare più lentamente. La riffa ideata in occasione della cena dell'anno successivo a quello della maturità è l'occasione creata da Mari per mettere in scena un racconto nero, con venature di giallo. Dei trenta studenti impariamo a conoscerne bene solo pochi, perché i primi quarant'anni scorrono piuttosto in fretta, con il gruppo che piano piano si assottiglia per motivazioni anche cruente (e sono le pagine più divertenti). Quando il gioco si fa più serio, cioè dopo che i partecipanti rimasti hanno compiuto i sessanta, allora Mari comincia a delineare i caratteri principali ed entriamo finalmente nella testa di alcuni dei protagonisti. Contrariamente ad altri lettori a me la fissazione di uno di loro per Gene Hackman e la sua filmografia è piaciuta, a Mari evidentemente piacciono gli elenchi. E ad un certo punto vogliamo sapere tutti come andrà a finire, salvo scoprire che in fondo lo sapevamo già. Vincerà lo Strega? In cinquina sicuro (lo dico ad aprile), poi si vedrà.
  • Vedove di Camus

    Rui, Elena

    • 30/04/2026
      Un ritratto rifratto
      Non è la biografia di Albert Camus, Premio Nobel della Letteratura 1957, nato in Algeria nel 1913 e morto in Francia nel 1960. E’ l’insieme delle testimonianze di quattro donne, identificate nel titolo del libro di Elena Rui come “Vedove di Camus”. Ognuna sa dell’esistenza delle altre, ma ciascuna rende una amorevole testimonianza del proprio lutto. Infatti qui si racconta la vita sentimentale quando hanno perso quel loro amore, fino alla morte di ognuna di loro, pur interponendo periodi riguardanti fatti - anche inediti - antecedenti quel 4 gennaio 1960, in cui l’auto guidata dall’editore Gallimard si schiantò contro un albero lungo la Dipartimentale 606, e che costituisce il brusco incipit del libro. Il dato che nell'auto ci fosse il manoscritto de "Il primo uomo" - pubblicato postumo - pone e impone l'interrogativo: cosa succede ai materiali inediti dello scrittore ? Rui ne recupera molti, tra i Diari, e ciò arricchisce questa narrazione che “seppur documentata, è una finzione” - afferma nella premessa l’autrice. Le voci, e le penne immaginarie, sono quelle della moglie Francine, poi di Catherine, Matte fino a Maria "L'Unica", ognuna delle quali costituisce la rifrazione di un ritratto di un uomo, che nei suoi Taccuini scrisse: “Conosco un solo dovere, ed è quello di amare”. Nella rosa dello Strega 2026, CONSIGLIATO.
    • 21/04/2026
      Quattro sguardi su Camus
      “Camus era un uomo di grandi ideali, ma anche una simpatica canaglia.” Ecco il Camus che non ti aspetti. Dal ritratto che emerge attraverso la rievocazione delle quattro “vedove” prende forma una figura singolare, di notevole fascino. L’autrice dà voce a quattro figure femminili che ne ricostruiscono la memoria dopo la morte, esplorando il lutto: a partire dalla moglie Francine, consapevole dei tradimenti del marito, fino alle tre amanti. Tutte piangono la perdita dell’uomo a cui erano legate da un rapporto, interrotto bruscamente dal tragico incidente stradale del 4 gennaio 1960. Quattro donne diverse, quattro relazioni diverse, ognuna caratterizzata da una propria forma d’amore, da cui scaturisce un ritratto di Camus ricco di complessità e contraddizioni. Un uomo attratto dalle donne artiste: due delle amanti erano attrici di teatro, la terza una giovane pittrice. La moglie stessa, pur non esibendosi, era una pianista. Per la mia percezione, Camus resta quasi secondario nel racconto. È il ritratto che prende forma dalle voci delle quattro vedove a restituirci l’immagine più intima ed emozionale dell’artista: un uomo capace di suscitare grandi passioni, di amare “con la vanità di un uomo, l’egoismo di un uomo”, di essere di tutte e, forse, di nessuna. “Aveva un appetito per la vita che non tollerava ostacoli.” Allora a chi è appartenuto Camus? Alla moglie, alle sue vedove, alla Francia? Forse a tutti, o forse solo a sé stesso. Fatto sta che oggi siamo ancora qui a parlarne e, soprattutto, a leggere di questo immenso autore. La Rui costruisce un racconto originale, con una scrittura evocativa e sobria, che evita la trappola della retorica. Ne risulta una lettura che intrattiene piacevolmente. “Questo libro è un’opera di finzione basata su fatti reali. L’immaginazione è intervenuta ancor prima della scrittura, quando i personaggi hanno iniziato a chiedere d’interessarsi a loro, d’intraprendere ricerche, viaggi nel Sud della Francia, perlustrazioni di Parigi.” (Cit. in epilogo)
    • 11/04/2026
      Daniela Bertoglio
      Uno scrittore vincitore del Nobel, e 4 donne che lo hanno amato, e con le quali ha condiviso un pezzo della sua vita. Albert Camus, morto tragicamente a 46 anni per un incidente automobilistico mentre tornava a Parigi in compagnia del suo editore, Gallimard, deceduto anche lui qualche giorno dopo, e la famiglia di quest'ultimo, aveva una moglie, Francine, divenuta la vedova ufficiale, ma altre tre donne potevano rivendicare, in un modo o nell'altro, lo stesso ruolo, sia pure solo ufficiosamente. Si trattava di due attrici, Maria Casarès e Catherine Sellers con cui lo scrittore, nonché regista ed autore teatrale, intratteneva relazioni sentimentali, ed una giovane illustratrice di origini danesi, Mette Ivers. Un uomo che rivendicava il rifiuto della monogamia, e quattro donne che, in maniera diversa, erano sicure di avere con lui un rapporto esclusivo, pur consapevoli della esistenza delle altre tre. Donne indipendenti, la cui forza nasceva dalla loro professione, o, nel caso della moglie, dalla presenza dei due figli, adolescenti al momento della scomparsa di Camus. Una biografia multipla, romanzata, interessante perché l'amore si può davvero articolare ed esprimere in tante maniere diverse.
  • King Kong theory

    Despentes, Virginie

    • 30/04/2026
      Consigliato
      Lettura della quale ho apprezzato soprattutto i capitoli dedicati allo stupro, alla prostituzione e alla pornografia, argomenti affrontati senza giri di parole, come raramente accade. Il vissuto dell’autrice arricchisce la narrazione e la rende ancora più d’impatto, ad esempio in merito alla stupro subito Despentes scrive: “Non ce l'ho con me stessa per non aver osato ammazzare uno di loro. Ce l'ho con una società che mi ha educata senza mai insegnarmi a far del male a un uomo se mi apre le gambe a forza, quando questa stessa società mi ha inculcato l'idea che è un crimine da cui non mi riprenderò mai.”
  • Quasi nemici : L'importante è avere ragione

    • 30/04/2026
      L’importante è sembrare di avere ragione
      Quasi nemici è una tipica commedia francese, brillante e cinica, con un ambiguo finale agrodolce. I protagonisti sono Neila, una giovane donna di origine araba, matricola di giurisprudenza e residente in un sobborgo popolare alla periferia di Parigi, che aspira a diventare un avvocato di successo ed il Prof. Mazzard, maturo docente universitario di retorica, luminare nella sua materia ma dai modi inurbani, xenofobi e misogini nei rapporti interpersonali, in particolare con i suoi allievi. La vicenda inizia con uno scontro in occasione della prima lezione del corso di retorica, durante la quale Mazzard umilia pubblicamente Neila con improperi gratuiti ed a sfondo razzista per essere arrivata con alcuni minuti di ritardo. Pena il licenziamento, il direttivo dell’università costringe allora Mazzard non solo a scusarsi ma anche a scegliere Neila come rappresentante dell’ateneo all’annuale gara di retorica interuniversitaria, lasciando, però, la ragazza all’oscuro dei motivi di questa scelta. Lo sviluppo del film racconta in modo paradossale ed esilarante l’inverosimile collaborazione tra due personaggi agli antipodi che, malgrado tutto, riesce a raggiungere un certo successo. Comunque, al di là della vicenda, ciò che impressiona è il tema di fondo del film: non è importante avere ragione nel merito ma solo sembrare di averla ricorrendo ai 38 stratagemmi retorici esposti da Schopenhauer nell’”Arte di ottenere ragione”. Non a caso il film è disponibile presso il nuovo complesso di Rebibbia.