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I commenti più recenti

  • Cuore l'innamorato : [romanzo]

    King, Lily

    • 24/06/2026
      Promesse mantenute
      La fama del libro è decisamente meritata e Lily King è riuscita a creare un mondo, all'interno del romanzo, ricco e denso di umanità. Una bellissima lettura.
  • Klara e il Sole

    Ishiguro, Kazuo <1954- >

    • 23/06/2026
      Valeria Vecchi Affetto distopico
      Klara e'un androide da compagnia in un futuro distopico dove i bambini vengono potenziati geneticamente e gli umanoidi sostituiscono gli uomini nelle professioni altamente specializzate. Viene scelta da Josie, una ragazzina con una misteriosa malattia e in questa famiglia scoprira' tutte le sfumature dei sentimenti umani, anche quelli piu' contraddittori che nel suo tempo portano a commettere azioni che diremmo antietiche. Con una narrazione fiabesca Ishiguro ci mostra un lato inquietante dello sviluppo tecnologico riflettendo su cosa ci rende umani.
  • Nella carne

    Szalay, David

    • 23/06/2026
      Daniela Bertoglio
      Un romanzo scritto in uno stile minimalista, per sottrazione, senza una parola di troppo. Lo stesso protagonista, Istvàn, è un uomo con una vita tormentata, che ci viene narrata dalla adolescenza (15 anni) alla maturità, ma che prende poche decisioni, gli capitano incontri destinati a dare svolte epocali alla sua esistenza, ma lui tiene sempre un atteggiamento sottotono, risponde "okay", ma lascia agli altri le mosse importanti. Sullo sfondo della vita di Istvàn, David Szalay racconta la storia di una parte del '900, fino ai giorni nostri, ma tutto rimane ai margini: Istvàn cresce nella Ungheria prima della caduta del muro di Berlino, finisce in riformatorio, poi entra nell'esercito, va a combattere in Iraq, poi lo troviamo a Londra, dove inizia la sua ascesa sociale, da buttafuori di un locale un po' equivoco di Soho, diventa guardia del corpo di VIP, poi autista, amante e poi marito della sua datrice di lavoro, nella Londra dei primi anni del 2000 è un imprenditore immobiliare rampante, salvo poi perdere tutto e tornare in Ungheria di nuovo a fare la guardia giurata in un grande magazzino, senza nessuna velleità di carriera. Il romanzo è diviso in capitoli, in ciascuno viene raccontato un pezzo della vita di Istvàn, sta al lettore immaginare i pezzi mancanti, e cosa sia successo nel frattempo. Ha vinto il Booker Prize lo scorso anno, meritatissimo.
  • Sabato

    McEwan, Ian

    • 23/06/2026
      Un McEwan meno convincente
      La raffinata scrittura di McEwan non riesce, questa volta, a dare sufficiente spessore alla trama. Il romanzo si richiama a modelli illustri, come Ulisse di Joyce e La signora Dalloway di Virginia Woolf, sviluppandosi nell’arco di un’unica giornata: sabato 15 febbraio 2003, con l’ombra dell’11 settembre ancora viva nella memoria collettiva. Ed è proprio questo uno dei suoi limiti: letto oggi, l’impatto emotivo legato al terrorismo post-2001 appare inevitabilmente attenuato. Il protagonista, Henry Perowne, neurochirurgo londinese, si sveglia nel cuore della notte e dalla finestra scorge nel cielo una scia di fuoco, un’immagine che riaccende immediatamente gli incubi degli attentati. Ha programmato un sabato tranquillo, tra svago e famiglia, culminante in una cena serale con i suoi cari, ma il caso, sempre in agguato, sconvolge i suoi piani: un incontro fortuito e spiacevole imprime alla giornata una direzione completamente diversa. McEwan è uno scrittore che ho imparato ad apprezzare per la profondità psicologica dei personaggi, la prosa originale e la capacità di intrecciare temi politici e sociali con la dimensione privata. In Sabato, però, emerge una certa prolissità: molte pagine sono dedicate alla partita di tennis e la descrizione dettagliatissima dell’intervento neurochirurgico rischia di disturbare il lettore non addetto ai lavori. Sono scelte coerenti con il protagonista, uomo di scienza, razionale e analitico, ma finiscono per logorare il ritmo e indebolire la tensione narrativa. Anche i personaggi lasciano qualche perplessità: Grammaticus appare emotivamente distante dal resto della famiglia, mentre Baxter è tratteggiato in modo quasi caricaturale. La complessità tragica che il personaggio potrebbe suggerire a me non è arrivata. Nel complesso, il romanzo non mi ha convinto: McEwan ha scritto opere di ben altro spessore e intensità. Una nota di merito va però alla traduttrice Susanna Basso, sempre eccellente: la sua precisione linguistica, soprattutto nel rendere la terminologia tecnica e specialistica, è come sempre impeccabile.
  • Le nostre anime di notte

    Haruf, Kent

    • 23/06/2026
      ...
      Semplicemente incantevole
  • A esequie avvenute

    Carlotto, Massimo <1956- >

    • 23/06/2026
      Bruno Umana L' epilogo
      In questo libro è una sorta di conclusione, l'alligatore riceve " il suo battesimo" E ' sempre una lotta tra la malavita ucraina e chi come il vecchio Rossini vuole salvare una giovane schiava, poi c'è Max, c'è Virna ma c'è anche il nemico giurato di Buratti... Pellegrini.
  • Il libro di Kells

    Chalandon, Sorj

    • 23/06/2026
      Michele D'apuzzo
      Sorj Chalandon oltre ad essere un apprezzato giornalista è anche un prolifico narratore con all’attivo 14 romanzi, liberamente tratti dalla doppia vita privata/da cronista, molti di questi meritevoli mentre altri, inevitabilmente, dimenticabili come per esempio il libro di Kells. Il romanzo conserva l’imprinting autobiografico ma con un approccio più incisivo e frontale rispetto ai precedenti, in cui l’autore, sembra quasi ossessionato dal credere che la propria vita sia un capolavoro letterario, tanto da soccombere all’attuale, diffusa e stantia tendenza memoir. Il romanzo si articola sostanzialmente su due principali filoni narrativi, il primo, interessante e ben strutturato, costruito sulla fuga da Lione da un padre violento del diciasettenne protagonista e il successivo anno di vagabondaggio nelle strade di Parigi alla ricerca di emancipazione e identità, mentre nel secondo ramo, quasi privo di pathos, la vicenda personale si fonde in un contesto storico-politico- sociale espressione di un ritratto del maggio francese del 68 e dei successivi anni 70. Nonostante sia scritto in modo piatto e basico con uno stile fatto di frasi semplici ed elementari, il romanzo per il primo terzo risulta coinvolgente, nella misura in cui l’autore riesce a far percepire tensioni e sentimenti quali paura, caos e straniamento derivanti dalla violenza della vita in strada, tuttavia, via via che si esplora il corpo centrale, la storia scivola in un limbo fatto di noia, staticità e ripetitività, con una trattazione dei temi, in relazione alla complessità del contesto temporale, insufficiente e poco coinvolgente, dove la gran parte dei personaggi si manifesta in modo stereotipata con un’evoluzione imprecisa e rapida, offrendo una rappresentazione povera di anima e di empatia. Nota di demerito anche per il finale allusivo, affrettato e incompleto. In conclusione “il Libro di Kells” è un melange tra memoir, romanzo di formazione e pseudo saggio divulgativo/politico con gli approfondimenti, lo stile e la concettualità di un bignami.
  • La penisola delle case vuote

    Uclés, David

    • 23/06/2026
      Michele D'apuzzo
      David Uclés ci delizia con un umorismo sottile che non rifugge dal dramma. La trama ruota attorno alla guerra civile spagnola che viene raccontata in modo originale e differente dai molti romanzi sul tema, la storia intrisa di realismo magico e di una buona dose di realtà ha come filo conduttore le vicende di una famiglia di una piccola città di Jaén a partire dai tempi della Repubblica fino alla presa del potere di Franco. Il realismo magico, eseguito con impressionante maestria con evidenti influenze di Saramago, pervade, avvolge e vive in tutta La penisola delle case vuote. Aggiunge colore, decostruisce le immagini e le restituisce al lettore in una forma diversa: colorata, luminosa e sorprendente. In conclusione il romanzo, con la sua struttura profetica e la forma corale è un viaggio attraverso un'Iberia morente, costellato di eroi sconosciuti, massacri e bellezza, dove l'epico e il quotidiano si intrecciano con il magico per tessere un arazzo impossibile (eppure reale) davanti ai nostri occhi. Un'opera stilisticamente raffinata e complessa che richiede, in alcuni passaggi, riletture necessarie a cogliere dettagli, chiavi di accesso e nuances magistralmente inserite dall'autore. Il libro più bello letto finora nel 2026. Capolavoro
  • Giappone

    • 23/06/2026
      l' ho acquistato non appena e' uscito e non me ne sono pentita. ho dovuto rinunciare a tornare in Giappone nel 2024 cosi' leggerlo di tanto in tanto mi aiuta a ricordare ma a volte mi sembra una forma di masochismo. ma per preparasi a scoprire uno dei paesi piu' affascinanti del mondo, per me il paese del cuore, e' utilissimo anche se credo che la massa di turisti che ultimamente lo ha invaso ha cambiato il modo con cui ci vedono e visto la mancanza di rispetto del loro stile di vita non li biasimo
  • Ho voglia di te

    • 23/06/2026
      Barbara Peti
      uno Scamarcio bambino che riporta alla nostra adolescenza... quando c'erano i batticuori, i pianti , gli appuntamenti. ... ovviamente sono sentimenti forti, provati per la prima volta, l'innamoramento... un film per tornare indietro nel tempo
  • La ragazza invisibile

    Jewell, Lisa

    • 23/06/2026
      Barbara Peti
      Molto originale come al solito si scava nel profondo dell'animo umano, ne esce un ritratto di un essere umano che e' violento, sessista e soprattutto prevaricatore
  • Il bene sia con voi!

    Grossman, Vasilij Semenovič

    • 22/06/2026
      La scoperta inattesa di un gigante della letteratura crea nella vita di ogni appassionato lettore uno spartiacque fra il tempo in cui egli lo ha ignorato e quello in cui un nuovo nome è entrato prepotentemente nel suo Pantheon personale. Invidio a chi non ha ancora letto Vita e destino il magico momento di una tale scoperta. Se torno indietro di una ventina d’anni, solo due libri oltre a quello di Vasilij Grossman mi hanno offerto questa preziosa sensazione: Suite francese di Irène Nemirovsky e La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer. Ritengo un puro caso che si tratti di tre autori con radici tra gli Ostjuden, peraltro nessuno di essi era praticante. Il primo è sempre rimasto in Russia, la seconda si è formata in Francia, il terzo in America. Chissà che a quasi settant’anni la vita non mi riservi altre straordinarie sorprese come queste. Come lo furono, a suo tempo, la scoperta di Walser, Borges, Gogol’, Joseph Roth, Kafka, Proust, Dostoevskij, Gadda, Maupassant, Thomas Mann, Hemingway, Cervantes, Simenon e qualche altro di cui non mi resta quasi più niente da leggere. Negli stessi decenni che preparavano il suo capolavoro, rimasto a lungo sconosciuto, Vasilij Grossman scrisse anche i nove racconti pubblicati postumi a cura dei suoi eredi e che danno forma a Il bene sia con voi! Sono nel suo stile, quello di chi ha conosciuto come pochi la vera anima russa e come pochi l’ha saputa rendere con immagini ispirate e commoventi. Potrebbero essere spezzoni delle sue opere di più ampio respiro, così come nei grandi romanzi di Grossman si incontrano ogni tanto inattese digressioni che, estrapolate dal contesto, parrebbero racconti autonomi come lo sono questi. In queste storie esce anche l’ebreo Grossman accanto all’uomo Grossman, all’immenso narratore, capace di cogliere in poche parole il senso ultimo dell’esistenza umana, che abbiamo apprezzato nelle opere maggiori. Esce in poche decine di pagine ciò che non era emerso nelle oltre mille che compongono la Dilogia di Stalingrado. Ho sempre avvertito questo pudore in Grossman. In Vita e destino è presente la tragedia della Shoah, c’è lo scienziato ebreo Štrum, c’è sua madre Anna Semenova che muore per mano dei nazisti nel ghetto della sua città ucraina; con questa donna Grossman ha fatto un piccolo, commosso cameo della propria madre che subì la stessa sorte a Berdičev. Tutto però passa in secondo piano rispetto alla tragedia più generale della guerra e del popolo russo che combatte per la propria libertà. Come in molti ebrei assimilati, in Grossman sembra prevalere di volta in volta l’ucraino, il cronista, lo storico, insomma l’uomo sull’ebreo. Ne Il bene sia con voi! questo pudore scompare. Il vecchio maestro (1943) è il resoconto quasi neorealista dell’avanzata nazista nelle campagne russe, in particolare in una cittadina dove il cambio di padrone smaschera vigliacchi ed eroi, traditori e patrioti. Di tutti solo il vecchio maestro Rosenthal mantiene lo stesso umore, la stessa calma e cortesia che tutti gli hanno sempre conosciuto. Potrebbe chiedere all’amico medico un veleno per risparmiarsi l’obbrobrio a cui sta per assistere, un pogrom nazista attuato con scientifica crudeltà, ma alla fine preferisce abbandonarsi al suo destino e partecipare alla tragedia insieme alla gente che ha visto crescere e formato in tanti anni di scuola. La Madonna Sistina (1955) è stato ispirato dalla mostra dei quadri trafugati a Dresda durante l’occupazione sovietica, e restituiti dieci anni dopo alla città sassone non prima di essere esposti a Mosca per novanta giorni. Fra questi c’è il celebre dipinto di Raffaello, la cui bellezza sconvolge Grossman. Si chiede cosa rappresentino quegli sguardi così consapevoli, adulti perfino nel piccolo Gesù. Ripensa a Treblinka, che ha descritto da cronista in un altro celebre libro. A una madre col suo bambino avviata al gas. «La verità di quei visi, l’aveva dipinta Raffaello quattro secoli prima». La Madonna Sistina è la dimostrazione che neanche il nazis
  • La mummia di Lenin

    Mauro, Ezio

    • 22/06/2026
      C’è qualcosa di sconcertante nel modo in cui Ezio Mauro, in La mummia di Lenin, affronta uno dei temi più cupamente simbolici del Novecento: la conservazione del corpo di Lenin come strumento politico, come tempio vivente di una rivoluzione ormai spenta. Un soggetto potente, che avrebbe meritato uno sguardo analitico, lucido, magari sobrio. Invece Mauro imbocca un’altra strada: fin dalle prime pagine si avverte la scelta di uno stile lirico, enfatico, persino solenne; una prosa che sembra voler emulare la sacralità del tema, ma che finisce per sovrastarlo, appesantendolo. Il tono dell’introduzione, così pomposo, sembrava inizialmente confinato a un’apertura retorica, quasi teatrale. Ma poi prosegue, ininterrotto, e accompagna l’intero libro. È una scelta che si può forse comprendere, vista la dimensione simbolica del corpo imbalsamato come “prolungamento” della rivoluzione: eppure il risultato lascia perplessi. La tensione poetica si mangia spesso la sostanza, e quando la sostanza emerge, lo fa senza la lucidità o il rigore che ci si aspetterebbe. La struttura è quella di un lungo reportage narrativo: si parte dalla fine, dal corpo che entra nel mausoleo, per poi risalire alla parabola rivoluzionaria. Mauro adotta il calendario gregoriano senza mai esplicitarlo: scelta lecita, ma che richiede al lettore un attimo di orientamento, dato che la rivoluzione d’Ottobre viene narrata come avvenuta a novembre. Più difficile da giustificare, invece, è l’uso ostinato delle traslitterazioni russe, come Kyev o Odessa, al posto delle forme ucraine Kyiv e Odesa. Nel 2025 non è una semplice svista: è una scelta che pesa. Ci sono poi passaggi che sembrano del tutto scollegati dal tema del libro. Pagine e pagine dedicate a Mosca e San Pietroburgo, descritte con dovizia di dettagli quasi da guida turistica, in un’esaltazione della Russia letteraria che stona profondamente con la violenza storica della realtà sovietica. Addirittura, si arriva a citare Yulij Daniel’, autore dissidente perseguitato dal regime, per esaltare Mosca: un cortocircuito quasi grottesco. Le parole di Lenin sulla violenza rivoluzionaria sono riportate qua e là, senza un vero commento, quasi come se potessero parlare da sole. Nessun tentativo di collocarle in un contesto critico, nessuna riflessione sulla continuità tra il pensiero leninista e la successiva repressione staliniana. Sembra quasi che il libro si ritragga proprio là dove dovrebbe affondare lo sguardo. Qualche parte più convincente c’è. Quando si affronta la lotta per la successione, l’analisi si fa più solida. Trotsky, Stalin, l’ombra di Lenin sempre presente e sempre più svuotata, mentre Stalin si insinua come segretario generale del Comitato centrale del PCUS e ne modella la carica per trasformarla in potere assoluto. Qui il tono si fa meno enfatico, la narrazione prende respiro, e finalmente si intravede un intento più preciso. L’ultima parte è senz’altro la più riuscita. La costruzione del mausoleo, lo sforzo scientifico e simbolico per conservare il corpo, la progressiva eliminazione fisica e politica di tutti i presenti al funerale, tranne uno: Stalin. L’immortalità del corpo serve la legittimazione del nuovo leader. È in quelle pagine che il titolo trova finalmente il suo pieno senso. Peccato che ci si arrivi solo alla fine. Il percorso per arrivarci è faticoso, e più volte frustrante. La mummia di Lenin è un libro che sembra voler evocare una grandezza ormai perduta, più che interrogare davvero la sua eredità. Ma in un tema che richiederebbe uno sguardo critico – storico e morale – Mauro preferisce costruire una liturgia. E resta il dubbio che, nel farlo, abbia finito per smarrire la sostanza della vicenda.
  • L'avvocato del diavolo : racconto dell'orrore

    Akunin, Boris

    • 22/06/2026
      Non si tratta di un'opera letteraria, ma di una satira politica (o fantapolitica) la quale mette in luce sia le condizioni della Russia attuale sia le fragilità delle democrazie. E lo fa suscitando un riso amaro e dando ulteriore corpo alla nostra inquietudine di persone quasi impotenti di fronte alla storia che si avvita su se stessa come un ciclo disperato da cui non vi è modo di uscire. Boris Akunin è uno scrittore dissidente, mi par di capire che ora viva in Spagna, lontano dal paese amato, nell'impossibilità di vedere gli amici e di camminare per le strade che l'hanno visto crescere. Parecchi anni fa, lessi i suoi romanzi il cui protagonista Fandorin rallegrava spensieratamente i miei giorni. Ora lo scrittore si presenta con un racconto breve rispetto a quelli cui mi aveva abituata e quanto mai duro. All'inizio del libro, Paolo Nori gli dedica una presentazione importante lasciando da parte quasi tutti i riferimenti a se stesso e commentando un'intervista molto lucida rilasciata a Dud' e reperibile anche su youtu.be. Qui Boris Akunin fa un ritratto di Vladimir Putin con brevi tratti illuminanti: quando un grande paese è in mano a una persona per troppo tempo, quella persona perde il contatto con la realtà, è troppo lontano, guarda da un'altezza eccessiva tutti questi moscerini, si fa un'idea del mondo tutta sua, si immagina, grazie anche a quelli che lo circondano, prima di tutto di essere infallibile e di sapere, meglio di chiunque altro, cosa bisogna fare, e anche di essere l'unto di Dio, e perciò di poter vedere più lontano, meglio di tutti. Boris Akunin contesta all'Occidente di non aver aiutato a sufficienza l'Ucraina: se la vita in questo paese fosse stata più ricca e più sensata di quella russa, in Russia non ci sarebbe la dittatura di Putin. Nel suo racconto distopico, il Leader Nazionale è colpito da un ictus mentre conciona in diretta. La nazione è sconvolta, si indicono elezioni finalmente libere e, fra i due candidati favoriti, vince colui che sembrava in minoranza. Nel frattempo, lo scrittore dissidente Boris Turgenčikov (si notino le allusioni del nome; molte altre se ne troveranno) torna finalmente in Russia. Qui è subito contattato dall'attivista per i diritti umani Vita Solceva. La donna lo forza ad assumere la difesa del vicepremier Chomjačenko, cui i russi attribuiscono tutti i mali del regime, un uomo che ha perseguitato duramente proprio lo scrittore. I dialoghi condotti in cella con Chomjačenko sono tanto esilaranti quanto rivelatori di come un dittatore consideri il proprio potere a confronto con la democrazia. Il racconto continua ed è evidente come ripercorra la lezione di Orvell ne La fattoria degli animali. Ci sono parecchie note a piè di pagina, indispensabili per orientarsi nei personaggi i cui nomi richiamano altre persone più o meno famose e in certi avvenimenti accaduti in Russia di cui non tutti possono avere memoria. La storia descrive il mondo della politica, compresa quella internazionale, in mano a degli stupidi spinti da una corte di giullari. La Russia di oggi - risponde il nuovo Primo Ministro al leader britannico - è come una nave corsara i cui alberi sono stati abbattuti, i cannoni rovesciati e l'equipaggio demoralizzato. (...) Ma sulla nave c'è una santabarbara piena di barili imbottiti di polvere. E lì si è chiuso il suo capitano. Nelle sue mani c'è una fiaccola. Chi ha orecchie per intendere intenda. Per gli altri, nel libro ci sono anche i disegnini.
  • Bebelplatz : La notte dei libri bruciati

    Stassi, Fabio

    • 22/06/2026
      Scrittore letterato che scrive (benissimo) di letteratura, Fabio Stassi ci regala un libro molto bello che è anche un omaggio alla letteratura di viaggio, nelle sue digressioni, oltre che un percorso a ritroso nel tempo alla ricerca dei blasfemi roghi di libri che frequentemente la storia purtroppo ha dovuto registrare. Ma il punto di riferimento principale è proprio Bebelplatz, il luogo dove partì la sciagurata distruzione delle opere ritenute contrarie allo spirito del nazismo. L’autore rintraccia anche l’Atlante delle città non solo tedesche dove questo empio sacrificio fu compiuto. Soprattutto Stassi è incuriosito dal bizzarro elenco degli autori italiani messi all’indice: Pietro l’Aretino,Giuseppe Borgese, Salgari, Ignazio Silone, Maria Volpi… E disegna splendidamente il profilo di questi scrittori, spiegando le ragioni che avevano meritato, nel barbaro giudizio, il rogo dei loro scritti. Ma la chiave di questo bellissimo saggio narrativo è certamente la confutazione rispettosa della celebre affermazione di Elsa Morante, secondo la quale “uno scrittore è un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura”. Anche la letteratura accade, per certi versi, secondo il nostro autore. E può quindi essere tra gli oggetti eterni della scrittura.