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I commenti più recenti

  • La fine dell'amore

    Giralt Torrente, Marcos <1968- >

    • 07/05/2026
      ...perchè no!
      Molte volte il percorso di una coppia sembra segnato, ma un incontro non previsto può far cambiare le carte in tavola. Non è cosa buona dare le cose per scontate, occore provare, osare, mettersi in gioco anche se può risultare "pericoloso". Cosa importante, nel confronto, è l'obiettività: nel compararsi con gli altri occorre il desiderio di non lasciarsi scadere di fronte ad un aspetto inferiore che invece di abbaterci, deve spingerci verso una rinascita e a non temere l'eventuale "fine dell' amore".
  • Io non ho paura

    Ammaniti, Niccolò

    • 07/05/2026
      E se i mostri fossero gli adulti?
      Michele ha nove anni nella bollente estate del 1978 quando, nelle desolate campagne di Acque Traverse (sud generico), deve scontare una penitenza: entrare e uscire da una casa abbandonata, ma sul più bello cade, scoprendo un buco nel terreno, in fondo al quale c'è qualcuno. E' un bambino che non dovrebbe essere lì, Filippo. Così Michele inizia a dargli cibo, sostegno e amicizia. E pur continuando a ripetersi di "non avere paura", ben presto sarà costretto a capire che invece deve averne eccome, di paura, non dei mostri fino a lì temuti, ma degli adulti. Allora, saprà tirare fuori tutto il suo coraggio di bambino. Romanzo drammatico, privo di giudizi, dal commovente finale. CONSIGLIATO AD ADULTI E RAGAZZI.
  • Occhi di bambina

    Vichi, Marco <1957- >

    • 07/05/2026
      Le colpe dei padri ricadono sui figli
      Italia, anni 80. A causa della latitanza della madre per prossimità col terrorismo, all'età di sette anni Arianna è costretta a vivere coi nonni materni a Firenze, poi parte con la madre in incognito e il suo compagno per Parigi, dove restano a lungo prima di trasferirsi a Barcellona. Anni dopo, catturata ed estradata la madre in Italia, la protagonista e voce narrante potrà tornare a una vita normale. Anche se ha sofferto per le separazioni familiari, gli sradicamenti scolastici e la paura per la clandestinità, "Si sa come sono i bambini, sono capaci di scavalcare gli ostacoli a modo loro..." (pag. 48). Nelle ristrettezze, ha imparato a sopravvivere, a parlare il francese e lo spagnolo. Tratto da una storia vera, il libro è nella dozzina semifinalista allo Strega 2026, immeritatamente, penso, nonostante la tenerezza provata.
    • 07/05/2026
      Non lo consiglierei
      Un libro scorrevole che si lascia leggere ma niente di più purtroppo. Speravo di meglio considerando la candidatura al Premio Strega 2026.
    • 05/05/2026
      Teresa Lapegna
      Arianna è una bambina di sette anni che si trova a dover scegliere dove trascorrere la propria vita: se con i nonni che l’adorano, o con la madre in fuga dall’Italia per trascorsi politici che Lei non conosce. Sceglierà di raggiungere la madre e di condividere una vita provvisoria tra Parigi e Barcellona. Questa sua nuova vita, resa ancora più complicata dalla convivenza della madre con un compagno difficile e da frequentazioni discutibili, mette in risalto la determinazione e la resilienza di Arianna a superare tanti ostacoli, offrendoci una lente d’ingrandimento sul contraddittorio mondo degli adulti visto dagli occhi di una bambina, animata solo dall’amore e dal bisogno di una madre, in questo caso, purtroppo, non proprio aderente al suo ruolo.
    • 29/04/2026
      Giorgio Grasso Uno sguardo dal basso
      Se a scrivere questa storia (che Vichi dice di aver tratto da una storia vera) fosse una vera bambina, allora potremmo anche accettare che le descrizioni degli eventi che accadono a lei, ai suoi nonni e alla madre (per tacer del padre, che è poco più di una comparsa) siano così tranquille, quasi impersonali. Perché è vero che i bambini quando scrivono riescono a raccontare senza giudicare, a spiegare senza valutare. Ma, sia pure nella finzione di Vichi, qui la narrazione dell'infanzia travagliata di Arianna, dai 7 ai 10 anni, viene fatta da una donna adulta, che però non sembra aver fatto ancora i conti con questi genitori "assenti". La madre, di cui mi sembra non si dica neanche il nome (anche perché all'estero vive da latitante e sicuramente non con quello vero), è una figura piuttosto meschina, durante i 4 anni scarsi in cui vive con la figlia non sembra avere per lei nessun sentimento materno: tutto viene oscurato dalla sua paura di essere arrestata. Del padre meglio non dire niente, tanto inesistente appare ai nostri occhi, ma anche a quelli di Arianna, che lo considera un amico per una settimana di vacanza. Insomma, agli occhi della bambina, attraverso cui ci arriva la storia, questa indifferenza/nullità dei genitori sembra cosa normale, ne soffre ovviamente ma, da brava bimba, non protesta mai, anche lei intrappolata nel meccanismo della latitanza forzata. Ne esce un romanzo sicuramente leggibile, con alti e bassi, ma niente di eccezionale. E poi Vichi nelle ultime trenta pagine si sente in dovere di raccontarci finalmente chi erano i genitori della bambina prima della sua nascita, con un flashback che avrebbe avuto più senso inserito, magari a frammenti, durante la narrazione. Finalista del premio Strega? Mah!!
    • 21/04/2026
      Un’infanzia sospesa
      Vichi esce dalla sua “comfort zone” del poliziesco per romanzare una storia realmente accaduta. Siamo nel 1985 quando Arianna, una bambina di soli sette anni, lascia Firenze e i nonni con cui è cresciuta per seguire la madre in una fuga che la porterà tra Parigi e Barcellona. Diventa così vittima indiretta di scelte ideologiche che la costringono a una vita precaria, senza la possibilità di mettere radici. In questo continuo spostarsi, l’unico punto fermo resta il legame con la madre, insieme a un elefantino di peluche rosa, fragile simbolo di protezione e di conforto. La narrazione assume una forma quasi cronachistica, come un diario filtrato dallo sguardo infantile; la scrittura adotta toni estremamente semplici e misurati, ma a tratti fin troppo piatti. Proprio questa scelta, unita alla dichiarata fedeltà alla storia vera raccontata in appendice, finisce però per attenuare il potenziale della vicenda: nonostante la sua forza, il racconto fatica a generare un reale coinvolgimento emotivo e resta spesso in superficie. A fine lettura emerge così un senso di incompiutezza. La chiusura appare frettolosa e lascia il desiderio di comprendere come quell’infanzia sospesa abbia plasmato la donna adulta. Purtroppo, questo passaggio resta inesplorato.
  • I convitati di pietra

    Mari, Michele <1955- >

    • 07/05/2026
      Beatrice Ferlito Un gioco ad eliminazione
      Michele Mari non delude mai. Questo libro è una meraviglia nell'intreccio perfetto, nella scrittura impeccabile, nella scelta interessante dei tipi umani. Trenta compagni di classe, dopo un anno dall'esame di maturità, decidono di stringere un patto di affiliazione che li legherà per il resto della vita. Quella trovata, nata per gioco, col tempo diventerà un'ossessione, un pensiero distorto: chi più, chi meno, inevitabilmente muterà la propria visione dell'altro vedendolo come un rivale da superare nella corsa della vita. Anche se l'idea di versare un contributo monetario ogni anno, fino a quando rimarranno in vita solo tre vincitori, può sembrare inverosimile è, però, lo spunto per esplorare un possibile alter ego di ognuno di loro. Il premio finale, di cui non si preciserà mai l'ammontare, è proprio nella spinta per restare vivi, per sviluppare un'attaccamento alla vita, per guardare al futuro con la speranza di raggiungere ancora degli obiettivi. Nel contempo cimentandosi in un agone con sempre meno freni morali, manifestano tutto il loro cinismo e l'egoismo più bieco diventando capaci di ricorrere a stratagemmi tra i più vari come macumbe, ricatti, induzione al suicidio e, addirittura, omicidi commissionati. In questo gioco di forze Mari accende un faro sulle umane miserie e debolezze che non si smette mai di scoprire, anche in persone insospettabili in cui il meglio e il peggio spesso coesistono. Nel libro non si percepisce un intento giudicante bensì uno sguardo divertito soprattutto quando lo scrittore indugia sulle manie e i vizi di alcuni personaggi. Ognuno dei trenta concorrenti ha vita nel romanzo in quanto partecipante alla riffa ed ogni azione o pensiero converge nel piano del gioco, compresa l'elencazione delle malattie che, periodicamente, viene aggiornata e che spinge qualcuno, perfidamente, a scommettere o fare pronostici. Qualche accenno alle vite private serve solo ad identificare i personaggi (l'architetto, l'avvocato, l'insegnante, il venditore di auto ecc.) mentre il loro ruolo cresce e si qualifica nella relazione degli uni con gli altri giocatori come in una partita. Possiamo concludere che il meccanismo generato dal gioco è l'ossatura del racconto scandendone il ritmo e l'evoluzione. La bellezza del libro scaturisce dalla rappresentazione della vita per come è, con le sue ombre, ma anche con la possibilità che sentimenti di amicizia, amore e solidarietà possano, anche quando sembra impensabile, trovare spazio. Il finale arriva ad essere poetico! Consigliatissimo.
    • 04/05/2026
      Conto alla rovescia scontato
      Una classe di trenta liceali si impegna a reincontrarsi ogni anno dopo l'esame di Stato, sottoscrivendo una riffa a beneficio dell'ultimo sopravvissuto. E' un lunghissimo conto alla rovescia, divertente e grottesco, con sprazzi che mi hanno ricordato un paio di scene del film "Compagni di scuola" di Carlo Verdone, e in qualche modo il cinema appare qui con il ripercorrere della filmografia di Gene Hackman, attore amato da uno dei personaggi e personaggio egli stesso alla fine. Il testo, in rosa allo Strega 2026, pur ben scritto, non mi ha convinto.
    • 30/04/2026
      Daniela Bertoglio
      E' un romanzo scritto bene, un noir grottesco dalla trama sicuramente originale, ma debole secondo me, perché mi sembra davvero inverosimile che una classe intera di studenti continui a vedersi regolarmente, ogni anno, e tutti continuino a versare regolarmente una somma, definita "non alta ma nemmeno irrisoria" in un fondo destinato ai soli tre che, dopo una settantina e passa di anni, riusciranno a sopravvivere agli altri 27. Un gioco assurdo, dalla durata lunghissima, che parte nel 1975, un anno dopo la maturità, e va avanti fino al 2053. Una lotteria bizzarra quanto mostruosa, che riesce a tirare fuori il peggio dalla maggior parte degli ex studenti, che invecchiano progettando le altrui morti, e, in qualche caso, mettendole anche in pratica. Michele Mari ha il dono della scrittura, ma personalmente ho trovato sgradevole l'uso dell'articolo davanti al cognome delle protagoniste femminili, avrei preferito l'utilizzo del nome proprio per chiarire il sesso del personaggio.
    • 18/04/2026
      Giorgio Grasso Una scommessa riuscita
      Il tempo passa per tutti, ma per i 30 ex studenti di questo romanzo sembra passare più lentamente. La riffa ideata in occasione della cena dell'anno successivo a quello della maturità è l'occasione creata da Mari per mettere in scena un racconto nero, con venature di giallo. Dei trenta studenti impariamo a conoscerne bene solo pochi, perché i primi quarant'anni scorrono piuttosto in fretta, con il gruppo che piano piano si assottiglia per motivazioni anche cruente (e sono le pagine più divertenti). Quando il gioco si fa più serio, cioè dopo che i partecipanti rimasti hanno compiuto i sessanta, allora Mari comincia a delineare i caratteri principali ed entriamo finalmente nella testa di alcuni dei protagonisti. Contrariamente ad altri lettori a me la fissazione di uno di loro per Gene Hackman e la sua filmografia è piaciuta, a Mari evidentemente piacciono gli elenchi. E ad un certo punto vogliamo sapere tutti come andrà a finire, salvo scoprire che in fondo lo sapevamo già. Vincerà lo Strega? In cinquina sicuro (lo dico ad aprile), poi si vedrà.
  • Consenso, possiamo parlarne? : un libro su scelte, mutuo accordo e volontà

    Hancock, Justin

    • 07/05/2026
      Da leggere nelle scuole e non solo
      Il libro è pensato soprattutto per un pubblico giovane, ma la lettura risulta piacevole a tutte le età. Attraverso esempi semplici, l’autore invita il lettore a riflettere sul consenso e a praticarlo in ogni contesto, ponendo grande attenzione anche al modo in cui comunichiamo e ascoltiamo gli altri. Un ulteriore punto di forza del libro sono le illustrazioni, che valorizzano e completano il messaggio dell’autore.
  • Morte di un commesso viaggiatore

    Miller, Arthur <1915-2005>

    • 07/05/2026
      Nel buio, una flebile luce
      Quando nel 1949 uscì "Morte di un commesso viaggiatore", l’America era immersa nel clima ottimistico del dopoguerra: ricostruzione materiale, boom economico, fiducia cieca nel futuro. Ma l'autore seppe cogliere fin da subito il volto oscuro di quel mito: la brutalità nascosta sotto la superficie del successo, la solitudine di chi misura il proprio valore sul metro della competizione, la disperazione di chi non può permettersi il fallimento. Raccontando le vicende di Willy Loman, il commesso viaggiatore del titolo, e della sua famiglia, illusa dal sogno americano, Miller interpella la responsabilità morale dell'individuo. La sua opera non parla più soltanto dell'America, ma dell'umanità globalizzata; ed è attuale, poiché il capitalismo è diventato, da sistema economico, una forma di vita interiore. Eppure, nonostante tutto (e la morte di Loman), resta la traccia d'un legame: di un amore che resiste, di una voce che chiama, di uno sguardo che, pur nel fallimento, cerca l’altro. DA RILEGGERE.
  • Nulla si distrugge : un'avventura del commissario Bordelli

    Vichi, Marco <1957- >

    • 07/05/2026
      Bruno Umana Ma come finirà con Eleonora?
      Ma come finirà con Eleonora? Anche in questo libro c'è un omicidio, l' unico che lui non è riuscito a risolvere, e il suo viaggio a Parigi sarà il motivo per incontrare finalmente la sua Alba, ma anche per cercare la soluzione a quel caso.
  • L'invenzione del colore

    Raimo, Christian

    • 07/05/2026
      La famiglia Raimo, seconda versione
      Raimo ricorda l'invenzione del colore al cinema, cui partecipò il padre Raffaele, tecnico alla Techicolor di Roma, e tratteggia la figura del padre, fin da quando ne ha memoria. Così fanno a volte i figli quando si accorgono di assomigliare ai genitori, man mano che il tempo passa e ci si avvicina a quell'età che avevano loro quand'eravamo più giovani. Così il cinquantenne Christian interseca la sua vita di professore di storia e filosofia in un liceo romano, con quella, delineata a sprazzi, di tutta la famiglia, compreso un cenno alla sorella Veronica, che la famiglia l'aveva raccontata a suo modo in "Niente di vero" (Premio Strega Giovani 2022). Di queste due versioni dei Raimo, questa del 2026 mi è piaciuta meno; ma ho apprezzato le parole di affetto e di omaggio a una impresa memorabile.
    • 05/05/2026
      Chi e come ha inventato il colore al cinema?
      Nonostante il cinema americano abbia cercato di inventare il colore fin dai primi del Novecento, quando nel 1958 l'azienda Technicolor apre una sede a Roma, la sua specializzazione era la produzione di pellicola, ovvero il triacetato di cellulosa, sul quale veniva sparsa un'emulsione contenente sali d'argento, sali incolori che illuminati dalla luce si scurivano. E' nello stabilimento romano che, negli anni 80, s'introduce il nuovo processo ENR di "conservazione dell'argento", dal nome del suo inventore Ernesto Novelli Raymond. In una recente intervista, il direttore della fotografia Premio Oscar Vittorio Storaro (quello di "Apocalipse now") ricorda che a inventare l' ENR c'è, insieme al datore luci Enrico Novelli, un giovane chimico, che si chiama Raffaele Raimo, padre di Christian, autore di questo romanzo. Per metà autobiografico e per metà racconto di costume, con esso lo scrittore e professore rende omaggio al padre, un tecnico di spessore, di cui la famiglia intuiva custodisse un importante segreto. In questo caso, aver partecipato a "L'invenzione del colore", impresa che dà il titolo al libro in rosa al Premio Strega 2026. Nonostante il nobile intento, il testo disunito non mi ha convinto.
    • 21/04/2026
      Daniela Bertoglio
      Non amo molto i romanzi autobiografici, mi sembrano una ingerenza, da lettrice, nella vita altrui, li trovo in genere imbarazzanti, con poche eccezioni. Soprattutto quando sono autocelebrativi, come in questo caso, perché Christian Raimo racconta la storia di suo padre, inframmezzandola con le sue vicende personali degli ultimi anni, le sue esperienze da insegnante (anche se mi sembra che voglia fare, e si comporti, più da confidente dei suoi studenti e dei loro genitori che da insegnante), la sua relazione con Gadda (che non ho capito se sia un nome, un cognome, o un soprannome), la sua voglia di fare attività politica, ma senza troppa convinzione. Il padre aveva lavorato per tanti anni alla Technicolor, assunto come operaio, fece carriera diventando il capo del personale, e, con un collega, o con più colleghi non è chiaro, inventò una tecnica innovativa, senza però riceverne il dovuto riconoscimento. Un romanzo con tanti piani narrativi diversi, decisamente troppi: ci sono i sogni che hanno per protagonista il padre, deceduto nel 2009, i ricordi d'infanzia, gli episodi di vita vissuta con Gadda, quelli a scuola, ma anche la descrizione delle tecniche cinematografiche usate alla Technicolor. Insomma, tante chiacchiere che rendono parecchio noioso il risultato.
  • Principessa Mononoke

    • 07/05/2026
      Rosaria Bologna Il ciclo della vita e gli spiriti della natura
      Questo film rientra a pieno titolo nei capolavori di Miyazaki, ma non è facile da guardare: è molto lungo e complesso. Affronta tematiche di gran peso che sono, però, stratificate ed intrecciate tra loro: la difficile crescita personale di Ashitaka e Mononoke che risolvono i problemi solo quando capiscono che devono agire uniti; gli esseri umani che non hanno un rapporto equilibrato con l'ambiente, che si ribella e che attacca per difendersi; l'eterno ciclo vitale della natura, che prima dona la vita e poi se la riprende, perché nulla deve andare sprecato, per consentire la nascita di altre forme di vita; i personaggi che sono accecati dall'odio e disperati che non vengono sanati, ma si estinguono dolorosamente, mentre quelli che sono animati da sentimenti positivi hanno un epilogo migliore, anche se arriva la morte. Alla fine, l'unica strada vincente è l'armonia ed il rispetto tra gli essere viventi ed il creato nel quale vivono.
  • La sonnambula

    Pitzorno, Bianca

    • 07/05/2026
      Una chiaroveggenza d'impresa
      Questa è la lunga storia di una sensitiva sarda della fine dell'800. Non mi ha entusiasmato, ma voglio richiamare l'attenzione su un aspetto particolare della trama che mi ha incuriosito. Trattandosi la protagonista di un personaggio ispirato a persona realmente vissuta, si racconta che la (vera) Sonnambula riceveva le clienti nei giorni feriali in orario pomeridiano, Perché? Verosimilmente, per darsi il tempo di reperire notizie dalla lettura dei giornali del mattino. La chiaroveggenza per lei divenne, con gli anni, una miscela di presagio, cronaca e fantasia, un'attività da vera imprenditrice. APPERO' !
    • 05/05/2026
      Romanzo d'appendice ispirato da un ritaglio di giornale di fine 800
      "La Rinomata Sonnambula Elisa Morello di Sassari dà consulti di presenza e per corrispondenza su tutti gli argomenti possibili". E' uno stralcio dell'annuncio pubblicitario del 1834, comparso sul giornale sardo "L'Isola", annuncio che, reperito da Bianca Pitzorno, le ha ispirato la scrittura del romanzo. Prende piede così la vicenda di Ofelia Rossi, una sensitiva che dà segni di possedere un dono che - addomesticato a dovere - sarà sia una risorsa economica, quando le donne ambivano solo a un buon matrimonio, sia una specie di condanna per lei, dall'esordio nell'infanzia fino alla vecchiaia. Il romanzo ne ambienta la storia in un'ipotetica città di Donora, circondata da personaggi veri e inventati, compreso il marito non amato, tutti ispirati (afferma la scrittrice, in Nota) a vicende accadute nella Sardegna di fine 800. Sembra, infatti, un romanzo d'appendice questo libro di 400 pagg., presente nella dozzina del Premio Strega 2026; ma, per me, mantiene meno di quanto promette.
    • 01/05/2026
      Samuela Santificetur Deludente rispetto alle aspettative
      Forse le mie aspettative erano troppo alte, ma questo libro mi ha un po' delusa. Interessanti alcuni spunti storici e la scrittura dell'autrice è sempre lineare. Tuttavia la storia risulta a tratti noiosa, l'abbondanza di personaggi la rende a volte confusa e la conclusione da favola sembra quasi frettolosa.
  • Nausicaä della valle del vento

    • 07/05/2026
      Rosaria Bologna Il potere rigenerante della natura
      Nausicaa è la principessa della valle del vento. E' una ragazza giovane, amorevole e dotata dell'insolito dono di saper capire e dialogare con gli animali. Vive in una valle al limite del deserto, oltre il quale si estende la foresta tossica. il suo paese viene invaso e diventa il campo di battaglia di altre due nazioni che vogliono conquistare un'arma speciale, con la quale distruggere gli insetti giganti e la foresta tossica. Ma il veleno che fa morire, serve anche per produrre l'antidoto: le battaglie feroci con gli insetti giganti nascondono motivi molto diversi da quelli che gli umani immaginano, e Nausica con il suo dono saprà scopirire la verità e riportare la pace tra gli uomini e gli insetti, e salvare la terra dalla distruzione.
  • Donnaregina : romanzo

    Ciabatti, Teresa

    • 07/05/2026 Stefania Calo' La giornalista ed il boss
      Appena finito di leggere questo libro che concorre al premio Strega e devo dire che non mi è piaciuto molto. Lo spunto è interessante col boss che vuole raccontarsi e dare un'immagine di sé positiva, ma la narrazione è continuamente interrotta dalle riflessioni e vicende personali della giornalista ( alter ego dell' autrice) che ho trovato fastidiosa, risultando così disordinata e poco coinvolgente.
    • 06/05/2026 Giorgio Grasso Il boss e la scoperta degli UFO
      Dopo aver letto questo romanzo, che intreccia cronaca reale a fiction riguardo la vita di un famoso camorrista, Peppe Misso, posso dire sinceramente che la vicenda che mi ha interessato di più è quella relativa al rapporto tra la giornalista scrittrice (con una deontologia che francamente lascia molto a desiderare) e la figlia tredicenne, con seri problemi di natura psichiatrica. E questo è un problema, visto che la storia più importante è quella del boss che ha ucciso e fatto uccidere centinaia di persone, e in particolare della sua storia sentimentale. Francamente del boss innamorato e apparentemente “redento”, che naturalmente ha un codice d’onore tutto suo, mi importa poco, e la narratrice, che è poi un alter ego di Ciabatti, ne smussa tutti i lati che sarebbero più interessanti, per cui il personaggio che dovrebbe essere il protagonista perde di interesse, diventa un criminale come tanti. Molti dei fatti raccontati sono sicuramente avvenuti realmente, e alcuni, come quello a cui faccio riferimento nel titolo di questo pezzo, sono abbastanza fantastici. Ma sono trasferiti a noi dalla narratrice e perdono efficacia. Per finire: ho chiesto all’IA di Google di trovarmi i temi principali che la critica ha riscontrato in questo libro (analizzando evidentemente le recensioni sul web). Sono usciti fuori: il rapporto tra vittima e carnefice, la normalità dei "cattivi", e la manipolazione della verità attraverso il racconto. Da umile recensore, del primo ritengo non ci sia traccia, se per normalità si intende banalizzazione e stereotipizzazione allora d’accordo, e quanto a manipolare la verità qui è il povero lettore che viene manipolato dalla narratrice, cui alla fine di Misso importa poco e della fama che avrebbe scrivendo un libro su di lui ancora meno. Per cui alla fine ci aggrappiamo al rapporto tra madre e figlia. Inserito nella dozzina dello Strega non si fa fatica a credere che sarà nella cinquina. Ma non con il mio voto.
    • 05/05/2026
      Teresa Lapegna 'O Nasone
      E ’il primo libro che leggo della Ciabatti e devo dire che è stato abbastanza deludente. Capisco che a presentarlo allo Strega sia stato Saviano, perché è evidente la vicinanza ai temi suoi, ma troppe le differenze sostanziali. Nella storia del boss Giuseppe Misso, detto O’ Nasone che la Ciabatti racconta dopo una serie di interviste allo Stesso, si coglie il tentativo di riconoscere prevalentemente al boss una sua umanità e vulnerabilità, al punto da raccontarlo più come un uomo che come un mostro, pur riconoscendolo colpevole di numerosi ed efferati delitti. Come Saviano, sono dell’idea che questi crimini non debbano attivare alcuna solidarietà o addirittura similitudini con la nostra esperienza di vita. Sono da raccontare e condannare, niente di più e niente di meno. Anche la scrittura non è avvincente: le frasi corte, lo stile asciutto, la ricerca dell'effetto, non stimolano alcun coinvolgimento nel lettore.
  • L'uccello blu di Erzerum

    Manook, Ian

    • 07/05/2026
      L’eccidio degli armeni degli inizi del secolo scorso è non soltanto una storia vera ma, purtroppo, di grave attualità per la forte attinenza con la cronaca che sta martoriando il Medioriente da alcuni anni. Il romanzo prende le mosse dalle deportazioni ad opera dei turchi, con l’obiettivo neanche troppo velato di sterminare un intero popolo. In questa cornice si muovono i destini di due sorelline, Araxie e Haïganouch (quest’ultima resa cieca dalla furia devastatrice), unite da un identico tatuaggio (l’uccello blu di Erzerum) eppure divise da due diverse strade che portano alla speranza di salvezza. Le bambine diventate adulte conosceranno l’incanto dell’amore e l’illusione di un affrancamento dalla condizione di fuggitive, ma dovranno fare i conti con l’odio e la vendetta, due sentimenti che prevaricano sull’amore e la solidarietà. Sulla narrazione aleggia come uno spettro la figura di Hitler, che dapprima prepara la sua ascesa nel partito nazionalsocialista tedesco, poi impone il regime totalitario che condurrà all’invasione della Polonia.
  • La felicità è una storia semplice

    Gentile, Lorenza

    • 07/05/2026
      Semplice
      Un libro che sembra una favola. Semplice, talvolta un poco scontato, come il finale.
  • La bugia dell'orchidea : romanzo

    Carrisi, Donato

    • 07/05/2026
      Giuseppe Masi Delusione totale
      Carrisi ci presenta una storia che non sembra per niente uscita dalla sua penna. Non ho trovato niente di coinvolgente e sono arrivato alla fine con molta fatica. Certamente non all'altezza notevole a cui ci ha abituati.