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Kawabata e la bellezza

10 - 17 agosto 2020

Consigli di lettura

Il nostro Bibliotour, si conclude con la recensione di un autore che ha fatto della ricerca della bellezza il centro della sua poetica:
 

 

 
di Kawabata, Yasunari
Guanda, 1989
 
 
 
 
 
 
 

In questo romanzo la scrittura lieve e acuta di Kawabata, primo autore di nazionalità giapponese che nel 1968 vinse il premio Nobel per la letteratura “per la sua abilità narrativa, che esprime con grande sensibilità l’essenza del pensiero giapponese”, intesse uno schema complesso nel quale la figura della protagonista Momoko, giovane figlia dell'architetto Mizuhara, con un’intensa e disordinata vita sentimentale, è al centro di un fitto intreccio narrativo con le altre figure: la sorella Asako, gentile e compassionevole, il padre tanto estraneo alla figlia quanto ambizioso di apprenderne i segreti del cuore; Takemiya, il giovanissimo amante, il cui carattere dolce e devoto esaspera e commuove la ragazza. L'incontro conclusivo con una terza sorellastra, cercata e rifiutata insieme, conduce il romanzo ad un finale aperto che vede Momoko e i suoi interlocutori non riconciliati, ma più maturi e pronti a intraprendere i diversi percorsi della vita.
L’autore, scopritore del talento dell’amico e allievo Yukio Mishima, in questo romanzo, al culmine della sua maturità, crea un raffinato incastro di flashback, immagini inconsce, fughe e ritorni; la narrazione, lontana dallo svolgimento occidentale, si svolge in un flusso continuo della coscienza dove ricordi, riflessioni e piccoli avvenimenti quotidiani nella loro apparente indifferenza costituiscono il vero centro del romanzo.
Fondamentale è il rapporto con il concetto di bellezza, non a caso il suo discorso al ricevimento del premio Nobel era intitolato Giappone, la bellezza e me stesso". Il tema ritorna spesso nei suoi scritti, di frequente in collegamento con personaggi femminili, ma anche con fiori, oggetti d’arte e architettura giapponese, sia tradizionali che moderni, sempre accuratamente descritti.
I paesaggi fioriti, i templi, il teatro kabuki, le gheishe, il tè, insieme al motivo del suicidio, alla velata condanna della condizione femminile (a cui Momoko, con i suoi comportamenti sadici e autodistruttivi non vuole rassegnarsi), e alla presenza di figure maschili inette, si trovano condensati in uno stile narrativo che è pura contemplazione ed estetica giapponese, che lascia intendere e non rende mai esplicito. Niente di dichiarato, quindi, per Kawabata, fondatore della Shinkankakuha (Scuola delle nuove sensazioni), movimento d’avanguardia che proponeva una nuova modalità di percezione della realtà sensibile. La descrizione di una camelia nera o di un ciliegio di inverno, di un arcobaleno o della neve sono una perfetta cassa di risonanza degli stati d’animo dei personaggi.
 
 

Kawabata e il nobel

 

Il discorso al ricevimento del premio Nobel nel 1968 era intitolato Giappone, la Bellezza e me stesso. Il punto centrale del discorso fu dedicato al Buddhismo Zen e alle sue differenze da altre forme di buddhismo. La sua era una visione molto rigorosa del Buddhismo Zen, per cui i discepoli potevano raggiungere la salvezza solo attraverso i propri sforzi, isolandosi dal mondo per molte ore al giorno, perché solo da questo isolamento poteva scaturire la bellezza.
Il cuore della pittura a inchiostro è nello spazio, cioè a dire, ciò che resta intatto dall’inchiostro”. Dalla pittura, poi, passò a parlare dell’Ikebana e del Bonsai, anch’esse forme artistiche che enfatizzano la semplicità e la bellezza che da essa sgorga; “Naturalmente, anche il giardino giapponese è un simbolo della vastità della natura”. Parte del discorso: “Il professor Yashiro Yukio, esperto di arte orientale e occidentale, antica e moderna, (...) ha detto che una delle “caratteristiche dell’arte giapponese” può essere sintetizzata in una sola frase poetica: “Pensare agli amici quando è il tempo della neve, della luna e dei fiori di ciliegio. Quando vediamo la bellezza della neve, quando vediamo la bellezza della luna, in breve, quando apriamo gli occhi sulla bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni e ne siamo sfiorati, quando abbiamo la fortuna di venire a contatto con la bellezza, allora pensiamo agli amici più cari (...); insomma l’emozione della bellezza risveglia in noi la simpatia, l’affetto per le persone. In questo caso, penso che “amico” possa essere letto in senso più ampio, come “essere umano”. Ancora, le parole che esprimono la bellezza dei singoli momenti nel corso delle stagioni, “neve, luna, fiori di ciliegio” per tradizione in Giappone sono diventate parole che indicano la bellezza di monti e fiumi, erbe e piante, di tutta la natura, dell’universo intero, e che includono anche le emozioni umane.” [Da La bellezza del Giappone ed me, trad. Maria Teresa Orsi, in Romanzi e Racconti, Mondadori, 2003]
 
Nel 1994, Kenzaburō Ōe, il secondo giapponese a ricevere il Premio Nobel per la letteratura, riprese il titolo del discorso pronunciato da Kawabata e lo modificò in "Il Giappone, l'ambiguità e me" evidenziando le differenze sia tra lui e il suo predecessore che tra il Giappone vissuto Kawabata e quello di Ōe.