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Lingua madre : italiano e inglese nel mondo globale

Beccaria, Gian Luigi

Il Mulino - 2015

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L'Italia vive da tempo una questione della lingua che tocca problemi d'identità e orgoglio nazionali. Ma il dominio dell'inglese è ormai un dato di fatto. Il linguaggio quotidiano ne fa un uso disinvolto e invasivo, mentre sempre più numerosi sono i corsi universitari tenuti in lingua inglese. Che cosa implica per il nostro patrimonio culturale l'ascesa dell'inglese come lingua veicolare? Un destino di subalternità? O viceversa l'opportunità di un arricchimento? Sul tema discutono uno storico contemporaneo e un italianista. Il primo prende atto del tramonto delle lingue nazionali come lingue scientifiche, ma coglie in questo processo anche la possibile, vitale affermazione di un plurilinguismo europeo. Il secondo difende con vigore l'uso dell'italiano a tutti i livelli, come dispositivo utile a promuovere una comunicazione diffusa e non solo d'élite.
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  • 4 / 4 utenti hanno trovato utile questo commento
    14/03/2019
      

    Quale futuro per la lingua italiana?

    Gli autori di questo agile e gradevole volumetto offrono innanzitutto un'efficace sintesi sull'evoluzione dell'italiano dal Rinascimento in poi e sulla sua diffusione all'estero nel corso dei secoli. Tra le varie informazioni sulla nostra lingua ne emergono alcune poco note come, ad esempio, il fatto che fino alla fine del Seicento il sultano turco comunicava con i suoi omologhi europei inviando lettere in turco con traduzione in italiano cui le controparti rispondevano nella loro lingua nazionale ma sempre con traduzione in italiano. Vengono poi ricordate le ragioni della rapida ascesa dell'inglese dal secondo dopoguerra. Di fronte alla concorrenza dell'inglese, tuttavia, la posizione dei due autori diverge. Per Graziosi, avendo ormai perso lo status di lingua di civilizzazione, l'italiano svolge solo il ruolo di lingua degli affetti e della comunicazione pubblica locale. Da questo punto di vista, egli condivide la scelta di alcuni atenei italiani di offrire corsi magistrali solo in inglese, specie nelle materie scientifiche e tecniche. Beccaria, invece, pur concordando sul ruolo egemonico dell'inglese, ritiene, con varie argomentazioni, che l'italiano possa e debba rimanere una lingua di civilizzazione utilizzata in tutti i rami del sapere. C'é un aspetto, tuttavia, che entrambi gli autori trascurano: il crescente uso di termini inglesi nell'italiano corrente. Per Graziosi il fenomeno sarebbe trascurabile, mentre Beccaria, pur riconoscendo, con una lunga e divertente serie di esempi, che il fenomeno é molto diffuso, non ritiene che sia un pericolo per l'italiano. Beccaria, peraltro, rileva che in Francia e Spagna l'uso di termini inglesi è molto meno frequente rispetto all'Italia, sia perché si preferisce l'uso di espressioni in lingua locale, sia perché quelle inglesi vengono in gran parte "nazionalizzate" modificandone ortografia e grammatica. Egli, però, non spiega la ragione della passione italiana per i termini inglesi, probabilmente perché é un fenomeno più di natura psicologica che linguistica. Per quale motivo, ad esempio, sarebbe migliore "newsletter" rispetto a notiziario o bollettino, "workshop" rispetto a seminario, "meeting" rispetto a incontro o riunione e "budget" rispetto a bilancio? La spiegazione più verosimile è che molti italiani, avendo poca autostima, ritengono che il progresso in tutti i campi venga necessariamente dal mondo anglosassone. Di conseguenza, per compensare la disgrazia di essere nati italiani, s'infarcisce il linguaggio con termini inglesi per dimostrare di partecipare comunque alla cultura giudicata dominante. Questa debolezza viene ampiamente sfruttata nel discorso pubblicitario e politico per presentare novità che, ricorrendo a espressioni inglesi, dovrebbero apparire più moderne ed efficaci. La presa di coscienza dell'esistenza di questo complesso d'inferiorità potrebbe risultare molto benefica, non solo per un migliore uso della nostra lingua.
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