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La vita bugiarda degli adulti

Ferrante, Elena

narrativa - E/O - 2019

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  • 13/10/2021   

    Tutto sommato mi è piaciuto

    Alla fine, questo libro mi è piaciuto. L’ho letto senza nessuna aspettativa, tralasciando il particolare che l’autrice è la stessa della storia di Carmela e Lenuccia. Ma come per la storia delle prime due, anche qui, accanto alla giovane protagonista Giovanna, un posto di rilievo ce l’ha Napoli, città natale della Ferrante. L’amore per questa città trasuda in gran parte del romanzo. Con Giovanna andiamo a spasso per Napoli, su è giù per i “rioni” alti e bassi, tra abitazioni popolari e borghesi. Giovanna scopre presto e a sue spese l’incapacità degli adulti – primi fra tutti i suoi genitori – di assumersi le responsabilità dei propri inganni. Questi raccomandano ai figli di non mentire, di essere corretti e coerenti, ma sono i primi loro stessi a non seguire gli insegnamenti che credono di impartire ai figli. Un altro elemento che emerge da questa storia è il legame con le origini. Tagliare fuori le proprie origini significa rinunciare ad una parte importante della propria identità. Lo sa bene Giovanna che, a dispetto del volere dei genitori, riallaccia i legami con la famiglia del padre.
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  • 2 / 2 utenti hanno trovato utile questo commento

    Anna Marcoccio

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    04/03/2021   

    Che delusione!

    Grande la delusione probabilmente a causa delle tante aspettative che nutrivo. La popolarità di uno scrittore non è sempre garanzia della bontà del suo "prodotto", anzi spesso è il contrario. Né la storia né lo stile lasciano il segno (il ricorso frequente a un linguaggio volgare forse avrebbe dovuto "impressionare" il lettore, in realtà infastidisce perché non dà alcun valore aggiunto alla narrazione).
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  • 2 / 2 utenti hanno trovato utile questo commento
    31/08/2020   

    UN LIBRO BUGIARDO?

    Non saprei, sembra veramente scritto da due persone diverse: la prima metà incuriosisce e nell'originallità della crescita di questa "brutta" bambina, che brutta non è per niente sembra una penna femminile a descriverla. Il senso d'indipendenza e la ricerca di autostima è l'aspetto dominante. Poi scende di tono e sembra buttare al vento tutte le piccole conquiste che ha fatto., anche screditando il linguaggio fino a quel momento sofferto ma pulito. Forse il mito Elena Ferrante, ormai dettaglio commerciale che influisce sulle grandi vendite, non lo trovo più sostenibile. E la televisione, pur con un bellissimo sceneggiato su L'amica Geniale, depista la conoscenza che si cerca di fare di questa scittrice/scrittore di cui non si conosce il volto.
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  • 2 / 2 utenti hanno trovato utile questo commento
    08/04/2020
      

    Un racconto aspro

    Ho trovato questo libro molto duro, aspro e con linguaggio a volte volgare; questo sicuramente scaturisce dalla trama del racconto che parla di un'adolescenza molto travagliata e burrascosa. Gli adulti presenti, sono tutti punti a cui non fare mai riferimento e a cui non ispirarsi mai. La protagonista ha una vita segnata dai loro comportamenti e si comporta di rimando in modo brutto. Ho letti fino alla fine il romanzo e mi aspettavo sempre che qualcosa cambiasse, che qualcuno desse una mano alla protagonista ma non ho visto questo speranza ed infatti non c'è stata. All'inizio mi sembrava un racconto psicologico, poi dopo non so, mi sono persa nei modi bruschi e nella durezza della narrazione. Ringrazio la buona sorte di aver avuto una bella adolescenza ed un genitore da cui trarre il buon esempio; su questo mi ha fatto riflettere il libro!!!!! Avevo delle grandi aspettative su questo libro, ed effettivamente non so ancora se cosi sia stato!!!
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  • 5 / 5 utenti hanno trovato utile questo commento

    Benedetto Morgera

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    06/01/2020
      

    la realtà... oltre il velo di Maya

    Ho sempre sostenuto e difeso con forza la specificità del lavoro della Ferrante, la sua volontà di rimanere nell'anonimato lasciando che a parlare di sé siano soltanto le sue opere. Ho apprezzato la sua decisione di essere autrice oltre il baccano e gli inutili gossip della cosiddetta società letteraria. Ancora una volta dal lato di Proust contro Sainte-Beuve. Questo suo ultimo romanzo non mi ha però convinto del tutto. Alcuni personaggi, alcuni caratteri, sembrano transitare da altre precedenti prove narrative in questa, come se la forza di definizione autoriale degli stessi fosse in parte esaurita. Alto e basso, Il Vomero e i Quartieri spagnoli, educazione borghese e popolare, i destini diversi dai quali si può sempre provare a prendere le distanze ma con il rischio che, all'improvviso, un gesto, una voce gergale, dialettale, incontrollata, denunci la primaria appartenenza rammentando alla tua vita il suo vizio d'origine: restare figlio di questo dedalo di situazioni e luoghi già narrati dalla Serao o da Malaparte ne "La pelle". Questo mood è l'ordito su cui la Ferrante tesse una trama piuttosto prevedibile nei suoi sviluppi: cosa accade quando ci accorgiamo -ancora adolescenti- che il nostro mondo di certezze e confortanti routine si sgretola mostrandoci la realtà degli adulti per quello che è, ugualmente debole e confusa come la nostra. E allora, crescendo, a chi a cosa assomigliare? Ma è poi proprio vero che l'amore, il grande mistero da svelare interpretare declinare, affacciandosi alla vita adulta, è "come il vetro opaco delle finestre dei cessi" [sic a pag. 196]?
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  • 9 / 9 utenti hanno trovato utile questo commento
    20/11/2019
      

    Piace a tutti e sicuramente avrà dei meriti, ma a me Elena Ferrante non va giù. Ci ho provato e riprovato, ma annaspo ogni volta. C'è sicuramente della bravura nel misto di linguaggio basso, quotidiano e termini più letterari, che secondo me è quello che risulta particolarmente accattivante per il vasto pubblico ( e va benissimo, intendiamoci ), ma è davvero così brillante? Non mi piacciono le sue storie né il suo stile, questione soggettiva, ok. Lo stile è prevalentemente impregnato da un linguaggio che cerca di restituire delle sensazioni fisiche in modo diretto, ruvido, talvolta sgradevole, ma a lungo andare mi risulta stucchevole e artificioso nel suo voler essere immediato. La sua sgradevolezza sembra fine a se stessa, quasi a voler scioccare per il gusto di farlo e non per stimolare la riflessione. Le trame della Ferrrante sono degne dei romanzetti rosa, ma si spacciano per qualcosa di più perché vengono infarcite di riflessioni più o meno banali, della costante preoccupazione per lo studio e l'amore della lettura (la solita strizzatina d'occhio al lettore che oggi si trova ovunque), per non parlare del fatto che sono sempre le stesse! No, non è una questione di temi ricorrenti, il fatto è che personaggi, caratteri, situazioni, pensieri compaiono in varie permutazioni. Infine io ritrovo quella fastidiosa abitudine, che sembra andare per la maggiore oggi, specialmente fra gli scrittori italiani (i quattro candidati al premio strega che ho letto presentavano tutti questa caratteristica), di scrivere alla maniera "diario": troviamo un elenco di situazioni in cui ci vengono sbattute in faccia riflessioni, pensieri sulla vita, l'universo e tutto quanto della'autore, come se il lettore avesse un vitale bisogno di tale illustre guida, narrazioni in cui tutto è detto e nulla è mostrato (non so come si faccia a dire che la Ferrante riesca a fare esattamente il contrario). Insomma, io ci ho provato. Non ero rimasta disgustata da "I giorni dell'abbandono" (che sto però rivalutando) e il primo libro della tetralogia dell'amica geniale mi è sembrato carino, non un capolavoro, e mi sono buttata nel seguito fiduciosa, ma sono rimasta profondamente delusa. Mi piacerebbe dire che il mondo è bello perché è vario e che semplicemente la Ferrante non fa per me, ma sembra che sia l'unica a non vedere la bravura di quest'autrice sempre "lodata" (ricorrente verbo ferrantiano: tutti si lodano in continuazione!) e io credo di non aver capito nulla.
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