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Deserto

Coetzee, J. M.

Donzelli - 1993

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  • Beatrice Ferlito

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    08/11/2018
      

    La follia figlia della solitudine

    Confinata nel cuore del deserto di pietra, Magda dialoga con le sue voci di dentro. Una figura femminile esile, incolore, senza un vissuto e con l’apparente negazione di un futuro, consuma sé stessa in una lacerante inquietudine. “Un senso di vuoto mi è scivolato dentro da qualche parte. Niente di quello che faccio mi soddisfa” (cit.). Una vita solitaria trascorsa in una farm sudafricana, con un padre indifferente e la servitù altrettanto distante, produce una personalità sdoppiata tra la realtà e l’allucinazione. L’autore compie un capolavoro stilistico nel condurre il lettore all’interno di un mondo che non si comprenderà mai del tutto se sia reale od il frutto di una fantasia malata. Travolti dal flusso di coscienza di Magda, siamo rapiti dal suo interminabile monologo e catturati dal suo vorace desiderio di vita. Le parole nascono dalle viscere: quelle parole di cui la mente di Magda è affollatissima, danno origine agli istinti più bassi ed ai progetti più abietti. Un personaggio asfittico che si erge, assente dal mondo e presente all’interno della sua casa solo con il suo involucro corporeo avvizzito, si rivela capace di gesti inimmaginabili. Chi si nasconde dietro quella figura dolorante e lacrimosa? Il suo farneticare ci riconduce al famoso dostoevskiano interrogativo “Chi è che non ha desiderato uccidere il proprio padre?” (I fratelli Karamazov). Una possibilità che Magda considera e forse attua. Non saremo mai sicuri del tutto che abbia commesso realmente l’insano gesto: vero è senz’altro che la figura del padre sia amata e detestata e che nel cuore di Magda il parricidio sia avvenuto. L’autore con grande abilità riesce a trasmettere al lettore la richiesta di aiuto che si nasconde tra le contraddizioni, le dicotomie, i deragliamenti di un pensiero troppo a lungo viziato dallo sterile esercizio. Magda cerca l’aiuto in sé stessa, dal momento che la sua voce non è udibile all’esterno, e trova delle risposte nelle proiezioni della mente in cui le sue tensioni si esprimono in un vortice sanguinoso e violento da cui trae un morboso appagamento: “…sono in realtà una sfera che vibra di energie violente, pronta a esplodere contro qualsiasi cosa entri in collisione con me” (cit.) . Magda vive di assenze mentre è lei stessa assenza; “sei A proprio perché sei B, e viceversa”(cit.): nella sua vita la madre ed il padre sono assenti (la prima fisicamente ed il secondo emotivamente) ed anche lei non c’è per gli altri: “per mio padre sono stata un’assenza tutta la vita” (cit.). Ed i servitori? Anche per costoro è inesistente: non ne sentono il peso, il valore, l’importanza; neanche quando vorrà manifestare loro il proprio attaccamento, rimarrà solo “una bianca”, la figlia del padrone che non potrà mai stabilire un rapporto di comunione con chi ha vissuto la violenza come fatto “naturale”. Magda sembra condannata a permanere nella reciprocità negativa, a compiere gesti ininfluenti, sconfitta ed esiliata nel suo deserto. Il romanzo non è di facile lettura, costringe a numerosi rallentamenti, ma è tuttavia superbo nella sua complessità. Non è importante capire la trama quanto immergersi nel mare di emozioni che un soliloquio così intenso genera in modo inesauribile. Ogni pagina pulsa di vita anche se il mondo circostante è fermo e vuoto; il centro di tutto è l’invisibile Magda con tutto quello che ha da dire. Quando una lettura consente di scendere in profondità, a rendere palpabile il mondo interiore del protagonista, a farlo sentire sulla pelle di chi legge, si può affermare che l’autore abbia compiuto un lavoro eccellente. (Il romanzo è riedito da Einaudi col titolo “Nel cuore del paese”)
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